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L’agenda del Papa per la «casa comune»

Nel tradizionale messaggio per la Giornata del 1° gennaio la denuncia dell’indifferenza sistemica nei confronti delle piaghe del nostro tempo. Una scelta che riguarda ciascuno di noi.

Papa Francesco con leader religiosi per la Dichiarazione antitratta (Foto Sir)

In un frangente dello storia umana – quella che c’appartiene – in cui le classi dirigenti a livello planetario ostentano grettezza di fronte alle istanze di liberazione di una moltitudine di popoli oppressi, papa Francesco non cessa di sorprendere. Alla prova dei fatti, è l’unico leader mondiale in grado di proporre un’agenda perspicace e illuminata sulla «casa comune», andando oltre le ormai croniche miopie determinate da certa politica. Basta leggere il messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1° gennaio 2016 per rendersi conto della sua capacità d’interpretare i segni dei tempi alla luce della Parola forte di Dio. Efficacissima, peraltro, la titolazione della tradizionale missiva che codifica i contenuti, rendendoli immediati per credenti e non credenti: «Vinci l’indifferenza e conquista la Pace».

La scelta di questi verbi della pace – «vincere» e «conquistare» – declinati in forma riflessiva, è sintomatica di un impegno personale e collettivo che non rappresenta soltanto il lascito del Signore, inteso come trionfo del bene sul peccato e sulla morte, ma anche l’affermazione di un dinamismo evangelico, senza scoraggiarsi o estraniarsi di fronte ad ogni genere di conflitto.

Di qui la denuncia dell’indifferenza sistemica nei confronti delle piaghe del nostro tempo. Un atteggiamento che certo accompagna le scelte dei grandi di questo mondo, ma che riguarda ciascuno, legato com’è a diverse forme di individualismo che producono isolamento, ignoranza, egoismo e conseguentemente disimpegno.

Nel primo messaggio del suo pontificato, quello del 2014, papa Francesco aveva spiegato che fondamento e via della pace è la fraternità, un valore che va pensato sempre e comunque al plurale. In linea, dunque, con l’idea che la pace non è tale se non è per tutti, quello del 2015 invitava ad un cammino communionale  per non essere più schiavi ma fratelli. Un destino comune che in quest’ultima sua missiva assume una valenza fortemente antropologica, peculiarmente umana e segnatamente politica, prima ancora ch’essere ecclesiale. Tutto scaturisce dal carisma petrino di Bergoglio finalizzato a coniugare spirito e vita, in un mondo segnato da una devastante «guerra a pezzi» dove tutto, ma davvero tutto, sembra essere imprevedibile, mentre il fluire degli eventi, spesso tragici, genera smarrimento.

Non è casuale la scelta del Papa di chiamare in causa le agenzie educative, a partire dalla famiglia e dalla scuola, a tutti gli insegnanti, i formatori, gli operatori culturali, dei media e gli intellettuali. Perché vincere la sfida dell’indifferenza, conquistando la pace, esige un costante dinamismo, alimentato dalla conversione, trattandosi di un cantiere sempre aperto, fino alla fine dei tempi. Ecco che allora per contrastare efficacemente coloro che hanno un’indole manipolatoria, protesa all’interesse di parte, di chi brama il potere per il potere, è indispensabile investire energie nella formazione, progettando, ad esempio, itinerari specifici di formazione teologica, morale, spirituale alla pace che accompagnino adeguate scelte di denuncia, di rinuncia e annuncio per una nuova civiltà dell’amore. Un impegno educativo, ad esempio, estendibile al contrasto di ogni forma di terrorismo, compresa quella blasfema dei fondamentalismi religiosi che strumentalizzano la fede delle giovani generazioni per fini eversivi; ma anche all’indifferenza nei confronti dell’ambiente naturale: dalla deforestazione, all’inquinamento. Queste devastazioni, denuncia il papa senza mezzi termini, sono fenomeni che “sradicano intere comunità dal loro ambiente di vita, costringendole alla precarietà e all’insicurezza, crea nuove povertà, nuove situazioni di ingiustizia dalle conseguenze spesso nefaste in termini di sicurezza e di pace sociale”. È altrettanto grave chiudere gli occhi di fronte alla penosa condizione di tanti disoccupati, vittime sacrificali della cosiddetta massimizzazione dei profitti. Col risultato che «la mancanza di lavoro – scrive il Papa – intacca pesantemente il senso di dignità e di speranza, e può essere compensata solo parzialmente dai sussidi, pur necessari, destinati ai disoccupati e alle loro famiglie».

Come di consueto, nel magistero di papa Francesco il focus è sempre e comunque incentrato sugli ultimi. Poco importa che si tratti di rifugiati, a cui è negato il diritto di asilo, o delle masse impoverite dall’esclusione sociale nelle periferie geografiche ed esistenziali contemporanee. Una cosa è certa, come di consueto l’insegnamento del pontefice argentino apre il nuovo anno sotto gli auspici che le molte tensioni del mondo globalizzato possano ricomporsi nel segno della misericordia. Sarebbe pertanto auspicabile che il tema della pace entrasse a pieno titolo nella pastorale ordinaria delle nostre diocesi. Un deterrente contro gli oscuri presagi di questo primo segmento del Terzo Millennio. Anche perché, come scriveva il grande Carlo Levi: «… che la sola ragione della guerra è di non aver ragione (ché, dove è ragione, non vi è guerra); che le guerre vere ed efficaci sono soltanto le guerre ingiuste; e che le vittime innocenti sono le più utili e di odor soave al nutrimento degli dèi».

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