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La malattia e il «fine vita» al di là delle emozioni

L'appello di Michele Gesualdi, colpito dalla Sla, per una approvazione della legge sul fine vita, ancora ferma in Parlamento, ci invita a riflettere con pudore e pacatezza su una questione molto delicata, che riguarda la vita e la morte.

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Accanto ad un malato (Foto Sir)

Ci sono questioni molto delicate, più grandi di noi, che riguardano l’esistenza, la vita e la morte, sulle quali spesso discutiamo con l’approssimazione del tifoso. In realtà richiederebbero pacatezza, riflessione e (per chi crede) preghiera. Forse quest’ultima è ancora più necessaria di tutto il resto quando ci troviamo di fronte a messaggi commoventi e laceranti come quello di Michele Gesualdi, ex ragazzo di Barbiana, già sindacalista e amministratore della cosa pubblica, che in una lettera ai presidenti di Camera e Senato ha chiesto la rapida approvazione della cosiddetta legge sul «fine vita», ovvero il disegno di legge sul consenso informato e sulle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), che alcuni, anche in ambito cattolico, reputano controverso nel considerare in particolare l’idratazione e la nutrizione come terapie rifiutabili.

Gesualdi è stato colpito dalla Sla, la Sclerosi laterale amiotrofica, una malattia «irreversibile e incurabile», che «avanza – sono affermazioni sue – togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso»: la parola, la deglutizione... fino a ridurti a uno «scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo». Per questo l’allievo di don Milani, «giunto alla tappa finale», vorrebbe poter «scegliere di non essere inutilmente torturato» con interventi invasivi «finalizzati a ritardare di qualche giorno, o qualche settimana, l’irreparabile, che per il malato significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza. Per i malati di Sla la morte è certa, e può essere atroce se giunge per soffocamento». Ma la tracheotomia, secondo la legge vigente, si può già rifiutare per poi accedere alla cure palliative che evitino le sofferenze. Un principio che deve essere garantito, al di là del disegno di legge in discussione, anche nel caso di un intervento d’urgenza a cui fa riferimento Gesualdi.

C’è anche un altro aspetto della lettera sul quale riflettere: la questione dell’alimentazione artificiale che Gesualdi avrebbe accettato solo per sdebitarsi nei confronti dei familiari. Ma quello della nutrizione, come accennato, è proprio uno dei punti controversi del disegno di legge.

Insomma, è giusto pensare a un morire pienamente umano rinunciando a trattamenti che si configurano come accanimento terapeutico. Facendo attenzione, però, alle strumentalizzazioni di chi, dietro a un sofferto intervento come quello di Gesualdi, vuole spingere su questioni come l’eutanasia o il suicidio assistito che non hanno niente a che vedere con il consenso informato e i Dat. Non si può in proposito non sottolineare come la notizia della lettera sia uscita da Radio radicale e come i media siano tornati a parlare con insistenza di questi temi puntando il più delle volte sull’aspetto emotivo, mentre sarebbe necessario, lo ribadiamo, ragionare nel rispetto di tutti, in primo luogo dei malati e dei loro familiari, ma al di là delle emozioni e dei singoli casi.

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