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La medicina della misericordia su tutte le situazioni familiari

Proviamo a metterci nei panni di chi oggi si pone dinanzi alle conclusioni del Sinodo e si chiede come e perché lo riguardi. Di sicuro, possiamo dire che i padri sinodali hanno accolto l’invito del Papa ad allargare lo sguardo sulla famiglia, a non ergersi a giudici, ad accogliere e accompagnare tutti nella misericordia

Sinodo sulla famiglia (Foto Sir)

Il Sinodo dei vescovi sulla famiglia ha concluso i suoi lavori. I vescovi hanno discusso, hanno fatto discernimento e hanno votato. Papa Francesco ha parlato e certamente scriverà. E noi uomini e donne, credenti e non credenti di questo tempo?

Se io fossi… un cattolico divorziato e risposato civilmente, forse vedrei all’orizzonte aprirsi uno spiraglio perché un giorno, dopo un attento discernimento personale, di coppia e con la Chiesa, io possa tornare ad accostarmi all’Eucaristia da cui sono stato escluso sino ad oggi e di cui avverto non solo nostalgia, ma necessità per coltivare la mia fede.

Se io fossi… un cattolico sposato con matrimonio religioso mi sentirei confortato dalla Chiesa che mi ha confermato la bontà della mia scelta che rientra nel piano di Dio sull’umanità. Anzi, mi dice che «la vocazione della coppia e della famiglia alla comunione di amore e di vita perdura in tutte le tappe del disegno di Dio malgrado i limiti e i peccati degli uomini».

Se io fossi… un omosessuale credente o non credente, mi sentirei rassicurato dalle parole dei vescovi che ribadiscono che «ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettate nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione».

Se io fossi… un giovane costretto dalle circostanze a scegliere la convivenza in attesa di «una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso)» o percepissi «il matrimonio come un lusso» che non mi posso permettere, saprei di poter contare sulla comprensione della Chiesa che coglie anche nella mia condizione di vita «elementi positivi».

Se io fossi… un bambino o un adolescente e frequentassi l’oratorio e magari il catechismo, mi sentirei rassicurato dalla «tolleranza zero» confermata dai vescovi contro la pedofilia e potrei vivere i miei anni con la leggerezza e la necessaria fiducia negli adulti che mi accompagnano.

Se io fossi… il componente di una coppia che «ha vissuto un’esperienza matrimoniale infelice», darei credito ai vescovi quando dicono che «la verifica dell’invalidità del matrimonio rappresenta una via da percorrere».

Se io fossi… uno sposo che sperimenta nella vita di coppia problemi di relazione, prenderei in parola i pastori che mi assicurano di «poter contare sull’aiuto e sull’accompagnamento della Chiesa». Che mi dovrebbe aiutare a prendere coscienza del valore della riconciliazione attraverso la strada del perdono: «Saper perdonare e sentirsi perdonati è un’esperienza fondamentale nella vita familiare».

Se io fossi… un sacerdote, oggi mi sentirei investito di una grande missione, quella di accompagnare e accogliere tutte le famiglie, nella consapevolezza che in tutte c’è un bene da scoprire e alimentare e a tutte va data un’occasione per partecipare alla vita della Chiesa.

Se io fossi… un laico impegnato nella Chiesa sentirei l’urgenza di una chiamata all’impegno nei confronti della famiglia, di tutte le famiglie, sia nella vita ecclesiale sia in quella pubblica e sociale, perché tutte le famiglie meritano accoglienza, comprensione e aiuto, anche da parte di chi ha la responsabilità di governo.

Se io fossi… un non credente prenderei molto sul serio le parole di Francesco quando afferma che «il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla Salvezza». Dunque, se la Chiesa non mi condanna o lancia anatemi, forse merita ascolto e rispetto.

Se io fossi… un vescovo, un sacerdote, un religioso o una religiosa, un laico credente forse inciderei nel mio cuore queste parole di Francesco: «L’esperienza del Sinodo ci ha fatto capire anche meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito, non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono». E forse con questa rinnovata consapevolezza andrei incontro all’Anno giubilare della Misericordia con il cuore in festa, nella certezza di celebrare una riconciliazione e nella speranza di spargere attorno a me semi di misericordia.

Il nostro elenco dei «se io fossi…». termina qui. Ma sappiamo bene che è solo una piccolissima parte del tesoro antropologico ed ecclesiologico contenuto nella relazione finale del Sinodo.

Abbiamo solo provato a metterci nei panni di chi oggi si pone dinanzi alle conclusioni del Sinodo e si chiede come e perché lo riguardi. Di sicuro, possiamo dire che i padri sinodali hanno accolto l’invito del Papa ad allargare lo sguardo sulla famiglia. La lettura della Relazione restituisce questo sguardo ampio che non tralascia nulla e nessuno e riserva anche delle sorprese, perché ci parla di situazioni che neppure immaginiamo. Condizioni di vita che vengono dalle periferie geografiche ed esistenziali che meritano un’attenzione diversa. E pretendono l’inculturazione che «non indebolisce i valori veri, ma dimostra la loro vera forza e la loro autenticità, perché essi si adattano senza mutarsi, anzi essi trasformano pacificamente e gradualmente le varie culture».

Allora, avanti tutta con il nostro «grande sì alla famiglia» che è il futuro, «senza mai cadere nel pericolo del relativismo oppure di demonizzare gli altri».

Fonte: Sir
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