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La moschea non sia una cittadella assediata ma un luogo di confronto

Ritengo necessario, per dovere d'ufficio, intervenire sulla questione della moschea a Firenze, riproposta con tono fortemente polemico nei confronti del Cardinale Arcivescovo dallo storico dell'arte Tomaso Montanari (leggi qui).

La moschea non sia una cittadella assediata ma un luogo di confronto

Vorrei pertanto non scendere sul livello della polemica, ma portare l'attenzione oltre Firenze, in una dimensione più vasta, il che non significa parlare di un Islam astratto, ma dell'Islam in una Europa plurale.

Fra i milioni di donne e uomini di fede islamica presenti in molti Stati europei si è fatta strada in una parte di essi la convinzione di affidare alla fede religiosa il compito di salvaguardia della propria identità culturale. L'apertura di centri islamici - che precede o si accompagna alla costruzione di moschee - costituisce, infatti per le varie comunità sparse in Europa un momento essenziale  per poter organizzare luoghi di aggregazione che rispondano al tempo stesso a esigenze di preghiera, alla formazione ed educazione delle nuove generazioni nate in terra straniera e alla creazione di reti di solidarietà sociale.

La costruzione di moschee in Europa ha conosciuto un incremento continuo in questi ultimi decenni, insieme ad una vasta rete di luoghi di preghiera, gestiti da singole comunità o da confraternite religiose (come nel caso della dairya senegalese o della tariqa muride).

Il valore simbolico di questi centri come delle moschee in Europa appare evidente: per alcuni musulmani più «conservatori», l'Europa viene vista come la nuova frontiera di espansione della religione islamica, mentre per i più «cosmopoliti» (le espressioni sono del sociologo A. Giddens) è un'occasione per l'Islam di imparare a convivere in un contesto pluralista, non omogeneo culturalmente.

L'Islam della diaspora europea viene comunque spinto a definirsi in modo differente rispetto alle società d'origine. Non avendo più di fronte una società più o meno integrata in base ad una comune radice religiosa  (anche se sociologicamente molto variegata  e non certo uniforme negli stili di vita e nelle pratiche religiose), l'Islam in Europa deve, da un lato essere presente in modo istituzionale attraverso le sue moschee «europee», e dall'altro adattare dinamicamente la sua tradizione al mondo occidentale in cui esso è di fatto inserito. 

La questione della nascita di una nuova moschea non è dunque quello di farla sorgere ex novo o adattare uno spazio consono per la preghiera e la formazione religiosa e culturale. In un famoso hadith il profeta ha detto che: «laddove ti sorprenderà l'ora della preghiera devi pronunciare l'orazione e quel luogo diventerà una moschea».

Dunque ciò che importa non è tanto l'architettura o lo sfarzo dei marmi o l'armonia dei cortili dove zampilla l'acqua per l'abluzione, quanto piuttosto l'ampiezza dilatata dell'orizzonte  che si sacralizza di volta in volta in cui un essere umano entra in contatto con Dio. Non è forse questo orizzonte l'autentico umanesimo religioso? In questo senso ciò che è necessario non è tanto la moltiplicazione dei minareti  accanto ai più familiari campanili, quanto piuttosto che i musulmani «europei» possano cominciare a dilatare lo spazio della loro fede individuale e comunitaria.

Per questo è plausibile e ragionevole pensare che l'Islam in un contesto di pluralismo in Europa, sappia dialogare con le altre culture e che la sua moschea non diventi il simbolo di una cittadella assediata, ma un luogo dove le identità si rafforzano per meglio confrontarsi con le altre.

*Direttore del Centro Diocesano del Dialogo Interreligioso

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