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La nostra classe politica sarà all’altezza del momento?

L'orrore per le stragi di Parigi, con ogni probabilità, resterà al centro del dibattito politico ancora per molte settimane. In fondo è iniziato poche ore dopo l’esplosione dell’ultimo colpo di kalashnikov alla tempia dell’ultima vittima del Bataclan, quando è scattata sui social una poco comprensibile operazione di rivalutazione de «La rabbia e l’orgoglio» di Oriana Fallaci. Testo scritto molto d’istinto dopo l’attacco alle Torri Gemelle, e come tale molto poco lucido.

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Fiori e candele per le vittime degli attentati parigini (Foto Sir)

In Italia preparò il terreno, dal punto di vista culturale, a quella tragedia politica ancor prima che umana che fu la guerra in Iraq del 2003. La peggior scelta compiuta dall’Occidente dal 1989, e probabilmente dal 1945, dalla quale scaturì il processo di decomposizione del Medioriente che ci ha portato in dono l’Isis. Per evitare di ripetere l’errore, bisogna evitare di lasciarsi prendere dalla medesima emotività. La domanda è allora: la nostra classe dirigente è in grado di gestire, con gli strumenti che si è data negli ultimi anni, una guerra mondiale che viene combattuta pezzo per pezzo?

La crisi internazionale piomba sulle nostre forze politiche in un momento di particolare difficoltà interna. Mai come adesso i due poli tradizionali di centrodestra e centrosinistra appaiono confusi dal punto di vista culturale e concettuale ancor prima che organizzativo e politico. La maggioranza, che con il sostegno di Ala di Denis Verdini ha di fatto cambiato la propria natura, vede un Ncd indebolito dalle tensioni interne e balbettante al momento della proposta. Il Pd è scosso dal caso De Luca, che sommato al caso Marino dà l’idea di un partito dove non reggono i metodi scelti per selezionare la leadership, siano essi le primarie o, al contrario, le decisioni prese ed annunciate in solitudine dal segretario. L’azione politica in generale, poi, sembra mostrare tutte le rughe di un progetto impostato sulla sola necessità di imporsi in occasione della prossima tornata elettorale. Se si vince anche con il 40 percento dei voti espressi, ma con un’affluenza in caduta libera, non è una vittoria, è un deserto che viene chiamato successo. Al tempo stesso gli indicatori economici in leggero miglioramento (ma il trend positivo sta già rallentando) fotografano solo un aspetto della crisi. L’altro, quello dell’occupazione e della povertà diffusa anche nel ceto medio, resta nella zona grigia dei problemi ancora da affrontare. Sono i dati sulla disoccupazione quelli a cui guardare, più che quelli del Pil.

Le forze dell’opposizione sono attraversate da problemi speculari: se la manifestazione di Bologna rappresenta un innegabile tentativo di ricomposizione di un fronte unico (da sempre il centrodestra si ricompatta in vista delle elezioni politiche), resta sul tappeto il nodo della leadership, posta in palio del confronto tra Berlusconi e Salvini. Ma quella a cui si assiste è il lento logoramento di una politica che proprio della leadership e della vittoria elettorale ha fatto il paradigma dell’impegno pubblico. Idee poche, rivendicazioni troppe, progetti molto scarsi. Di fronte alle stragi di Parigi, infatti, è stata una gara tra i due aspiranti leader a invocare la guerra.

Neanche il Movimento 5 Stelle, in ascesa nei sondaggi per l’altrui insipienza, appare in grado di elaborare un’offerta politica che possa rispondere alle sfide dei tempi. Sfide che oggi si sono fatte ancora più urgenti, e pericolose. Se il Papa chiede ai cattolici di essere partecipi alla politica, con le idee e le proposte, la richiesta non può essere ignorata. Purtroppo questo paese da molti anni ha preso a somigliare alla Contea degli hobbit: un luogo dove si vive senza porsi troppe domande, ripiegati sulla propria mediocre quotidianità. Ma, scrive Tolkien, «C’è qualcosa di più alto e più profondo della Contea»: fuori dei suoi confini c’è sempre la minaccia di Sauron, che a Parigi ha preso il volto incappucciato di un boia dell’Isis.

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