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La pillola abortiva tra vociare ideologico e falsa libertà

È dello scorso 4 marzo la notizia che il Consiglio sanitario regionale toscano ha espresso parere positivo alla distribuzione della pillola abortiva Ru486 anche al di fuori delle strutture ospedaliere. Ma è davvero un passo in avanti?

Percorsi: Bioetica - Vita
Parole chiave: Ru486 (32)
La pillola Ru486

La Toscana ha fatto da avanguardia in Italia per l’introduzione dell’aborto chimico ottenuto attraverso un farmaco noto con la sigla RU486, un antagonista del progesterone che può interrompere una gravidanza entro i primi mesi. In Italia il limite di assunzione è fissato a 50 giorni dal concepimento. Si tratta di un farmaco piuttosto delicato e non esente da rischi, tanto che l’Agenzia italiana del farmaco, l’AIFA, ha dettato norme chiare per un suo impiego sicuro. Il protocollo prevede tre giorni di ricovero in ospedale per poter tenere sotto controllo la donna in caso di complicazioni. La prassi adottata da molti ospedali, invece, per motivi organizzativi e di spesa, è quella di somministrare il farmaco e poi dimettere le donne dietro loro richiesta. L’aborto avviene così in solitudine, di solito in casa o in altro luogo vicino a un ospedale. L’espulsione dell’embrione ucciso viene facilitata attraverso la somministrazione susseguente di prostaglandine. Dopo due settimane c’è una visita di controllo. L’aborto chimico era praticato in alcuni ospedali della Toscana fin dal 2008 acquistando il farmaco all’estero. Dal 2009 il farmaco è disponibile in Italia come alternativa all’aborto chirurgico. Il suo impiego è piuttosto diseguale nelle diverse regioni e si aggira sul 7% di tutti gli aborti procurati.

Il 4 marzo scorso sulla stampa nazionale veniva diffusa la notizia che il Consiglio sanitario regionale toscano aveva espresso parere favorevole per distribuire la pillola abortiva non solo negli ospedali, ma anche nei consultori. La Repubblica titolava: «Via libera della Toscana alla RU486 nei consultori». Le precisazioni e le cautele espresse da parte dell’assessorato al Consiglio della salute riguardo alle strutture sanitarie idonee a praticare aborti e alla osservanza delle linee guida dell’AIFA, non hanno impedito molteplici prese di posizione che hanno messo a nudo la vena ideologica della proposta del Consiglio sanitario.  Noncuranti dei dati preoccupanti della letteratura internazionale e forse infastiditi delle norme rigide dettate dall’AIFA che fano lievitare i costi degli aborti, clinici illustri hanno plaudito alla somministrazione ambulatoriale della pillola abortiva. La tanto sbandierata salute riproduttiva, termine eufemistico per indicare l’aborto sicuro, evidentemente naufraga quando qualcosa sembri limitare la libertà di abortire, come se prendere ogni precauzione per evitare alle donne i rischi e le conseguenze indesiderate dell’RU486 potesse ledere la loro libertà. Terribile libertà perché significa libertà di sopprimere una esistenza umana al suo inizio. L’esultanza ideologica di fronte alle notizie di agenzia sull’aborto semplificato non riflette il desiderio di rendere l’aborto più sicuro, ma fare dell’aborto una pratica più usuale, quasi domestica, evitando un ambiente emotivamente traumatico come l’ospedale. Non credo, però, che una partoriente trovi l’ospedale emotivamente traumatico. Il trauma per l’aborto procurato non viene dall’ambiente ospedaliero, ma dall’atto abortivo stesso che persino la retorica laicista – quando fa comodo – non definisce diritto, ma dramma.

Capisco che i fautori dell’aborto vogliano evitare il più possibile alle donne che abortiscono di prendere piena coscienza di quello che stanno facendo, ma non sarà una semplificazione delle procedure, più o meno accettabile dal punto di vista scientifico, a cambiare la realtà dell’aborto: soppressione di una vita innocente. Legalizzare l’aborto e farlo uscire dalla clandestinità evidentemente non è stato sufficiente per placare le coscienze. La 194 aveva voluto sottrare le donne alla solitudine colpevolizzante dell’aborto clandestino, aveva voluto istituire consultori per accompagnarle con un confronto onesto in una decisione difficile, aveva promesso aiuti sociali alla maternità e alle famiglie perché l’aborto diventasse davvero l’extrema ratio di situazioni drammatiche. Adesso la donna torna ad abortire sola, psicologicamente e fisicamente sola. Se ci sono problemi clinici ha un numero di telefono con sé e potrà chiamare un ginecologo di guardia.

In mezzo al confuso vociare ideologico sia lecito chiedersi sommessamente: ma è questa la vera libertà?

*docente di Bioetica

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