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Le banche in Toscana tra storia e attualità

Dopo l’Unità, lo Stato liberale si disinteressa delle banche. Trattano merce come le altre, il denaro. Col finire del secolo le cose cambiano. Le banche non son più aziende qualsiasi, meritano la sorveglianza dello Stato, talvolta la sua ingerenza. Chi volesse narrare la storia del rapporto fra banca istituzionale laica e banca cattolica, dovrebbe usare una categoria concettuale prendendola a prestito dagli psicologi: l’antipatia.

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Le banche in Toscana tra storia e attualità

La prima popolare fu fondata a Milano da Luigi Luzzatti, che ebbe a dire: «Il credito popolare è un tema teoricamente modesto, ma può giovare ai volghi poveri. L’avvenire gli riserverà uno splendido destino. Credito vuol dire fiducia: è la parte più spirituale dell’Economia politica». Nel perseguire il suo progetto non gli mancò l’antipatia burocratica del tempo, che gli fu subito addosso. Poi, vinte le resistenze iniziali, il successo fu fragoroso.

La legge Nitti del 1914 fu una legge capestro per le popolari. Se una banca solida deve avere un capitale sufficiente per garantire crediti che eroga. Se le banche cattoliche sono generalmente sottocapitalizzate, allora saranno obbligate ad accrescere il loro capitale almeno fino a un decimo dei crediti erogati. Di fronte ad un tale ostacolo, il panico fu generale. Solo un frenetico accorpamento delle loro disperse membra riuscì a placarlo. Paradossalmente lo scampato pericolo finì per fortificarle.

1921: col fascismo la lotta politica varca la soglia del mondo bancario. La sua lingua è biforcuta come quella della vipera. Il duce, se da una parte cerca di ingraziarsi i prelati vaticani, dall’altra manda i suoi squadristi a incendiare le sezioni del Partito popolare di Sturzo e le casse rurali.

Diciotto agosto 1926: Mussolini annuncia «Quota Novanta». La rivalutazione della lira mette in ginocchio gli esportatori. Dalle imprese il contagio raggiunge le banche. Ma arriva Ettore Rosboch, il salvatore delle banche cattoliche. Quelle irrimediabilmente decotte le fa affogare, obbliga i soci delle più sane a reintegrarne il capitale e salva quelle così e così.

Il termine più usato dalla stampa dell’epoca fu «salvataggio», le metafore più abusate: il medico salva dall’infezione e il bagnino dall’annegamento. Ma, c’era qualcosa di strano in tutta l’operazione: il soccorritore che salvi senza che il pericolante gridi «aiuto», più che medico o bagnino è predatore.

Le banche cattoliche non fiatarono, ma furono «salvate» lo stesso. Il duce ordinò di catturarle e Rosboch ubbidì. Salvò – si fa per dire – il cattolico Piccolo Credito Fiorentino; lo consegnò ad Alfredo Bruchi, presidente del Monte dei Paschi e noto fascista anche lui. Bruchi, da parte sua, gli cambiò nome e sesso e lo chiamò Banca Toscana.

Lasciamo ora la storia e torniamo al presente. Oggi giorno un preannunciato decreto governativo vorrebbe riformare l’azionariato delle popolari. Il ragionamento scorre sul filo del seguente sillogismo: se l’egualitarismo capitario (una testa, un voto) non attrae più capitali nuovi; se il proporzionalismo del capitale (un’azione, un voto) potrebbe riuscirvi. Se del resto, l’anoressia patrimoniale è la comune patologia delle popolari, allora bisogna riformare le regole dell’azionariato. Una riforma da poco? Neanche per sogno. A metà dell’800 il Marchese Ridolfi lamentava che l’agricoltura non attraeva capitali, come le popolari di oggi: era colpa della mezzadria (un voto al mezzadro, uno al padrone) e la volle sostituire con l’affitto (un voto ogni lira di capitale investito). L’abate Lambruschini lo avversò: la mezzadria era il collante della pace sociale, come lo è oggi la banca popolare. Vinse Ridolfi: i contadini, tramutati tutti in salariati, si ribellarono, ma la mezzadria scomparve. Anche Ridolfi «salvò» l’agricoltura, ma fu la società a naufragare.

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