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Le lancette all’indietro della politica italiana

L'estate è quasi finita, ma rieccoci tutti qui a parlare di Silvio Berlusconi, del suo destino politico dopo la condanna definitiva da parte della Corte di Cassazione. Da lui dipendono la sorte del governo delle «larghe intese» e la possibilità di andare incontro all’autunno con un governo che governi, con una maggioranza che ne garantisca gli atti in Parlamento, con un’opinione pubblica più serena e disponibile a sostenere ogni sforzo per garantire lo sviluppo necessario al Paese.

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L'aula di Montecitorio

La politica italiana sembra voler rimettere ad ogni costo le lancette all’indietro, salvo impennate immaginifiche del Quirinale e del suo inquilino silenzioso, certamente preoccupato per la piega impressa agli eventi dalle rigidità di tutte le parti in causa. In primis, ciò che resta del Popolo delle libertà, in attesa che torni definitivamente in campo Forza Italia con il suo leader indiscusso. Ma anche dalle parti del Partito democratico le colombe sembrano avere vita dura, anzi durissima. Per non parlare dei 5 Stelle che non aspettano altro che il lavacro elettorale per piazzarsi al centro della scena politica.

Sono ore, queste, in cui sembrano essere stati bruciati tutti i ponti. Non abbiamo titolo alcuno per esprimere una preferenza a favore di questa o quella soluzione tecnica in grado di sciogliere il nodo della cosiddetta «agibilità politica» del cavalier Berlusconi. Sappiamo, però, che ogni tentativo di trovare una qualsivoglia via di uscita viene regolarmente liquidato. Ogni giorno che ci separa dal fatidico 9 settembre, data nella quale il Senato dovrà esprimersi sulla decadenza del condannato Berlusconi, può essere quello buono per fare definitivamente terra bruciata attorno al governo Letta. I margini sono ormai ristrettissimi e le forze in campo, sentendo già il profumo di elezioni anticipate, sembrano acconciarsi alla bisogna. In questa malaugurata prospettiva, che non tiene conto dell’assoluto bisogno di governabilità del Paese, ci permettiamo solo di fare due osservazioni di buon senso.

La prima: nessuno pensi di avere la vittoria elettorale in tasca. Ormai l’esperienza ci dice che l’attuale sistema di voto, il cosiddetto «porcellum», è garanzia pressoché assoluta di instabilità. Consumate le esperienze governative di Mario Monti e di Enrico Letta, entrambe ispirate al criterio della corresponsabilità nazionale, saremo condannati al ruolo di sorvegliati speciali? Un «commissariamento» della nostra fragile democrazia da parte dell’Europa (come è di fatto accaduto in Grecia) sarebbe un prezzo altissimo da pagare sull’altare della nostra irresponsabilità.

La seconda: una campagna elettorale vissuta come un’ordalia su Berlusconi, sarebbe insopportabile per il Paese e ci metterebbe in un angolo nell’Europa democratica. Il solo pensiero di poter vedere il proprio singolo voto libero piegato in un senso o nell’altro (colpevole-innocente) fa rabbrividire. Anzi, ci inorridisce e ci indigna.

Una sola domanda: ci sono ancora uomini e donne, nelle stanze del Palazzo, che vogliono evitarci tutto questo? Se ci sono, si facciano avanti e in tutta fretta. In questi anni abbiamo subìto dotte lezioni quotidiane sul valore della mediazione politica, spesso a scapito delle grandi questioni antropologiche del nostro tempo che a noi stanno molto a cuore. Ecco, vorremmo sapere dove sono finiti tutti i mediatori di professione? Sono tutti diventati falchetti della politica? A proposito, non ci venite più a parlare di «bene comune», perché potremmo spazientirci...

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