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Legge elettorale, riforma sempre più urgente

Il 3 dicembre la Corte costituzionale esaminerà la questione di legittimità della vigente legge elettorale (la n. 270 del 2005), su quell’istituto fondativo della democrazia rappresentativa, che le Camere si sono fin qui dimostrate incapaci di riformare. Anche in Toscana l’impegno sull’approvazione di una nuova legge elettorale per il Consiglio regionale è stato assunto già da tre anni e ribadito esplicitamente di recente dal Presidente della Regione, senza che se ne sia fatto ancora di niente.

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Legge elettorale, riforma sempre più urgente

Se si vuole adeguarsi alla giurisprudenza europea dei Diritti dell’Uomo, che ha sancito il principio per cui, a tutela del diritto dei cittadini a libere elezioni, l’adozione di modifiche sostanziali alla legge elettorale non è consentita nell’anno precedente lo svolgimento delle elezioni stesse, va rimarcato che al legislatore regionale rimangono ormai non più di quattro/cinque mesi, come si è più volte ripetuto da un anno a questa parte.

Oggi, l’attenzione su questi profili è in prevalenza riversata sul versante nazionale, laddove la Corte si pronuncerà in punto di legittimità costituzionale di una legge che il Parlamento in carica – come quelli che l’hanno preceduto – si è dimostrato incapace di modificare. La difficoltà di questa riforma è comprovata anche dal fatto che neppure la stessa Commissione per le riforme costituzionali presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri – i cui componenti non erano espressione diretta di istanze partitiche – su questo tema (come pure sulla forma di governo) è riuscita a trovare un’indicazione univoca. E su ciò, come sulla riforma di un Bicameralismo paritario unanimemente criticato – a parole anche dai parlamentari –, dilaga quel paradosso delle riforme, per cui esse vanno approvate da chi ne subirà le conseguenze.

Nella difficoltà di individuare chi possa fare, sulla riforma elettorale, la «mossa del cavallo», si guarda adesso alla Corte costituzionale, anche in considerazione di quanto già affermato in più sentenze del 2008 e del 2012, laddove la Corte, pur riconoscendo di non poter dare in quelle occasioni «un giudizio anticipato di legittimità costituzionale», segnalava al Parlamento «l’esigenza di considerare con attenzione gli aspetti problematici della legge con particolare riguardo all’attribuzione di un premio di maggioranza, sia alla Camera che al Senato, senza che sia raggiunta una soglia minima di voti e/o di seggi», per non parlare dell’esternazione dell’ex Presidente della Corte, Gallo, che sosteneva, nello scorso aprile, che la legge elettorale andasse cambiata e che «il Porcellum è di dubbia costituzionalità».

La Cassazione, con la sua Ordinanza del 17 maggio, ha posto la questione della legittimità costituzionale sia della previsione del premio di maggioranza in entrambe le Camere, a causa della dubbia ragionevolezza del bilanciamento tra i principi costituzionali in materia, introducendo un meccanismo premiale che, tra l’altro, ha finito per contraddire l’esigenza di assicurare la governabilità; sia della sottrazione all’elettore della facoltà di scegliere il candidato eletto ad opera di un sistema in cui il voto di fatto è spersonalizzato.
Ma, poi, considerato che, nel caso di in cui la Corte dichiari, anche parzialmente, l’illegittimità costituzionale della legge elettorale vigente, poiché la convalida delle elezioni non è stata ancora conclusa in entrambe le Camere, non si possa procedere a convalidare le elezioni sulla base di una legge appena dichiarata illegittima, prefigurando lo scenario della permanenza in carica di un Parlamento le cui elezioni non possano essere convalidate e ponendo, così, problemi perfino sulla sua legittimazione. La Corte avrà sicuramente modo di esprimersi in termini monitori più forti del passato, a meno che non propenda, data l’inerzia delle Camere, per una pronuncia più forte, di illegittimità. Le possibili implicazioni di una pronuncia siffatta hanno spinto a sollevare numerose eccezioni di inammissibilità, che, se accolte, precluderebbero una pronuncia sul merito della questione.

Anche in una prospettiva di riforma comunque sempre più urgente, nonostante le «orecchie da mercante» della classe politico-parlamentare in carica, come di quella che l’ha preceduta, rimane, al fondo, la considerazione che qualsiasi sistema elettorale ha, comunque, un suo tendine d’Achille, più o meno esposto, e che questo sistema politico ha dimostrato di essere in confidenza più con le frecce avvelenate che con il bene comune del Paese, dimostrandosi fin qui incapace – non solo in questa legislatura –, di superare gli interessi particolaristici di individui o fazioni. La riforma dei sistemi elettorali si impone ed è senz’altro di fatto all’ordine del giorno, ma non è neppure credibile che la rigenerazione del sistema politico-istituzionale possa essere il frutto di questa sola riforma. Essa va accompagnata e sostenuta da una sana e solida proposta politica davvero nuova rispetto alle forze attualmente presenti in campo: una proposta che, in una nuova stagione di riforme costituzionali, elettorali e del costume politico, sia in grado di esprimere nel segno della legalità la rigenerazione sociale ed economica, dell’Italia.

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