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Lo scontro di inciviltà tra le sponde del Mediterraneo

Ci fu un tempo in cui il Mediterraneo era il centro del mondo. Sul suo mare si giocavano i rapporti politici e militari tra le grandi civiltà che erano fiorite nei tre continenti che su di esso si affacciano: Europa, Asia, Africa.

Percorsi: Immigrati - Libia - Mare - Onu
Manifestazioni in Libia (Foto Sir)

Sul suo mare si incontrarono e si scontrarono, volta a volta, per secoli, il mondo cristiano e quello islamico. Poi, lunghi secoli di decadenza lo videro ridotto a un bacino regionale, rispetto ai nuovi equilibri che privilegiarono  prima il mare del Nord e poi l’Atlantico. E sull’Atlantico si è costruita la nuova identità dell’Occidente. La stessa Unione Europea ha avuto il suo fulcro nelle grandi nazioni continentali, prima fra tutte la Germania, su cui ha gravitato anche l’Italia del Nord, mentre l’Italia meridionale e la Grecia vi hanno recitato il ruolo marginale di estremo Sud.

Oggi, per uno di quei curiosi ricorsi a cui la storia ci ha abituati, il Mediterraneo torna ad essere  in primo piano come luogo di incontro-scontro tra mondi culturali, economici, politici, profondamente diversi, ma che dinamiche inarrestabili sembrano destinare a confrontarsi. Tuttavia, sarebbe semplicistico parlare, sulla falsariga dello «scontro di civiltà» profetizzato dal politologo Huntington, di un ritorno all’antica contrapposizione tra islamismo e cristianesimo. Il tempo delle crociate è finito per sempre, come lo è quello della minaccia turca all’Europa di cui, secoli dopo, fu episodio emblematico la battaglia di Lepanto.

In realtà già in quei grandi fenomeni storici il fattore religioso si mescolava strettamente a una serie di altre componenti – tra cui grande importanza aveva quella economica – che la bandiera della fede in parte mascherava. Oggi, però, più che mai, sarebbe fuorviante identificare ciò che sta accadendo sulle coste e sui mari del Mediterraneo come un conflitto tra due prospettive di fede. Da un lato ritroviamo un’Europa che, in linea di principio, ha esplicitamente rinnegato le sue radici cristiane, sostituendole con una unilaterale assunzione della libertà a valore assoluto, e che, di fatto, segue logiche rigidamente economiciste; dall’altro un mondo asiatico e africano che ha visto sì rinascere, sulle rovine degli Stati arabi, il mito di un unico califfato, ma che trova la sua unità, più che in un sentimento religioso,  in un risentimento di fondo contro l’Occidente, di cui infatti le prime vittime sono gli stessi musulmani che non condividono questo atteggiamento estremista.

La guerra di cui l’area mediterranea sta diventando teatro è dunque tra un mondo secolarizzato, la cui sola anima è di avere rinunziato ad averne una, e uno che utilizza la religione come strumento di odio e di lotta. Ne sono una prova i rispettivi comportamenti. Da una parte i ricchi paesi europei – che si ostinano a lasciare praticamente sola l’Italia – rifiutano di farsi carico delle migliaia di persone che, dalle sponde opposte del Mediterraneo, vengono a chiedere aiuto e accoglienza, lasciando affogare senza muovere un dito uomini, donne, bambini. Dall’altra oscure centrali del terrore – prima fra tutte l’Isis, a cui, in un’altra area geografica, si collega anche Boko Haram –, che ostentano la loro feroce  ostilità verso il cristianesimo, assunto come simbolo dell’Occidente, moltiplicando i massacri indiscriminati di persone innocenti.

A  chi contestasse che le due posizioni si possano mettere sullo stesso piano, ricordiamo che i peccati di omissione possono essere altrettanto gravi di quelli compiuti attivamente. Sul Corriere della sera di qualche giorno fa Galli della Loggia criticava il pacifismo degli europei per il suo carattere imbelle e suicida e invocava una onesta presa di coscienza dell’inevitabilità della guerra contro chi apertamente ci minaccia. Dimenticava di dire che la guerra l’Occidente - e l’Europa in particolare - l’ha già da tempo condotta con i suoi metodi. E ci sarebbe da chiedersi se, in questo conflitto non dichiarato, abbia più morti sulla coscienza il cinico egoismo degli europei o il fanatismo barbarico dei sunniti.

Ma, al di là della tragedia dei morti, è ciò che vi sta dietro a fare ancora più paura. È, da una parte, la cultura dell’indifferenza internazionalizzata e dello scarto, denunziata da papa Francesco, dall’altra quella di un odio incapace anch’esso di guardare i volti delle persone. Ciò che accomuna le due sponde del Mediterraneo, in questo triste momento che lo vede tornare centro del mondo, è la riduzione degli esseri umani a numeri, a oggetti. E che ciò coincida con la scomparsa o la manipolazione delle rispettive fedi religiose non è casuale. Dio non può essere mai contro l’uomo. A causare tutto ciò non è certamente Lui, ma  la desertificazione di una società che non è più cristiana e la cieca follia di una che ha tradito l’Islam. Le civiltà possono sempre incontrarsi sul valore della persona. Questo è solo uno scontro di inciviltà.

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