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Lo scontro sulle riforme in un Parlamento umiliato

In un’estate dominata dalla tragedia epocale dei migranti, che bussano alle porte d’Europa come il popolo d’Israele guardava alla valle del Giordano dalla cima del Monte Nebo, colpisce molto sfavorevolmente che all’argomento non sia stato dedicata nemmeno la parvenza di un dibattito parlamentare straordinario.

Parole chiave: Pd (32)
Montecitorio (Foto Sir)

La centralità del Parlamento, perno del nostro sistema costituzionale, ha subito una nuova umiliazione. Tutto rinviato a settembre, dunque, per una nuova puntata dell’eterno scontro sulle riforme. Argomento che non ci sembra scaldi i cuori (al contrario della questione dei migranti).

A ridosso del voto al Senato la situazione resta fossilizzata sulla scarsezza dei numeri a disposizione del governo e l’eventuale necessità di ricorrere all’aiuto esterno, magari di Forza Italia (i verdiniani hanno promesso molto ma all’atto pratico sono ben poco rilevanti). Il Pd non è stato in grado di trovare una soluzione al suo interno. Matteo Renzi ha oscillato tra atteggiamenti al limite dell’autoritarismo e vaghe, timide aperture. Al premier va riconosciuta la capacità di non deflettere dai suoi convincimenti, ma tutto questo continuo agitare lo spettro dello scioglimento automatico e immediato delle Camere ha messo in evidenza una sua sostanziale incapacità di ricordarsi che è a Westminster, e non a Roma, che il Parlamento lo scioglie il premier (come la Thatcher nel 1982, dopo la vittoria nelle Falklands). In Italia questo potere è riconosciuto al solo Capo dello Stato.

Anche l’altra strada indicata, quella del soccorso da parte di settori del centrodestra, lascia pensare ad un cambiamento genetico della maggioranza di governo, tale da influenzare il corso del resto della legislatura. Ora la domanda è: tutto ciò fa bene al partito di maggioranza relativa ed alla salute del sistema democratico, oltre che a quella della legislatura? Nel primo caso la risposta è no: il Pd non ha un segretario capace di fare sintesi tra le sue anime. Nel secondo caso ci limitiamo a notare che, da che si prometteva un sistema in cui il bianco e il nero fossero chiaramente distinguibili, si torna a connubi e trasformismi.

Infine la legislatura: a meno di colpi di testa (che potrebbero venire più facilmente dal Presidente del Consiglio che non dalle opposizioni), è probabile che si percorra un altro pezzo di strada in direzione del 2018. Ma che questo sia garanzia di una azione di governo efficace e rigorosa, è tutto un altro paio di maniche. E per Renzi restare a galleggiare a Palazzo Chigi sarebbe la peggiore delle cose. Gli ultimi sondaggi danno il Pd logorato con dati che, se applicati all’Italicum, lo vedrebbero sconfitto in due casi su tre (quelli di un eventuale ballottaggio contro l’M5S, nel frattempo rinvigorito oltre ogni immaginazione proprio a causa dell’affievolirsi della rivoluzione renziana). L’unica speranza è quella di uno scontro al secondo turno con il centrodestra. Un po’ poco per vedere rosa, anche a voler mettere nel conto che l’intolleranza xenofoba salviniana ha smesso di creare consenso per il leader leghista e la titubanza berlusconiana tiene a bagnomaria un buon 15 per cento dell’elettorato. Sarebbe meglio allora accettare i nuovi processi che si delineano, suggeriti anche dai cambiamenti al vertice del Labour in Gran Bretagna, ed assecondarli. Quando Renzi lo ha fatto, ed è il caso dell’elezione di Mattarella, l’esito per lui è stato più che lusinghiero.

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