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Massa, un duplice omicidio che interroga le coscienze

Ci sono episodi di cronaca che sono sintomi della situazione che stiamo vivendo. Di fronte a essi magari prendiamo le distanze, magari ci preoccupiamo delle conseguenze che possono avere, ma non ci sorprendiamo più. Al fatto che avvengano certe cose, ormai, ci siamo abituati. Il duplice omicidio di Massa è uno di questi episodi.

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Colpisce che sia avvenuto proprio la notte di Natale. Colpisce che i fatti si siano svolti nel centro storico di una cittadina solitamente tranquilla. Colpisce che le due vittime siano giovani – avevano rispettivamente 23 e 30 anni – e che chi ha ammesso il loro omicidio ne abbia 21. E tuttavia, dopo le dichiarazioni di rito e i primi provvedimenti presi, già ce ne stiamo dimenticando. Fino al prossimo evento sanguinoso.

Non bisogna fare ideologia sulla pelle dei due ragazzi morti e a spese dell’omicida: che in conseguenza del suo gesto, comunque cerchi di giustificarlo, avrà comunque la vita rovinata. C’è già, naturalmente, chi ci ha provato. Ma in questo caso la cosa non riesce. Massa, com’è stato detto, non è il Bronx. E non si possono sempre colpevolizzare i ragazzi che frequentano i locali, anche se è necessaria, di fronte agli abusi legati alla vendita e al consumo di alcol, un’adeguata regolamentazione. I problemi legati all’immigrazione, poi, non c’entrano affatto: ciò che è avvenuto a Massa ha coinvolto ragazzi italiani. La questione vera è un’altra. Sta nel fatto che la rissa è scoppiata per futili motivi. E che improvvisamente è saltato fuori un pericoloso coltello. Consiste nella normalità, nella banalità di tutto questo. Che non ci fa più orrore; a cui abbiamo fatto il callo. Ecco il punto. Sembra che le azioni non abbiano reale incidenza. Pare che non portino a conseguenze irreversibili. L’unica cosa che conta e che io m’imponga sugli altri. Con ogni mezzo. Sia che abbia ragione, sia che non ce l’abbia.

C’è chi – a proposito di un gerarca nazista, che riteneva di aver fatto semplicemente il suo dovere garantendo il funzionamento dei treni che portavano gli ebrei ai campi di sterminio – ha parlato di «banalità del male». Oggi, se possibile, questo male è ancora più banale. Esso pervade la nostra quotidianità. Ci è tanto vicino che quasi non ce ne accorgiamo. Ci fa paura, certo, ma sembra ormai parte della vita di tutti i giorni. Siamo a disagio, ma non possiamo farci niente. Stiamo perdendo il senso del bene e del male. Stiamo perdendo la voglia di combattere.

Questa tendenza va invertita. Il male è qualcosa di evidente: per come si presenta, per i suoi effetti. Non è qualcosa che è tale solo nella prospettiva di qualcuno, mentre altri ci guadagnano dal praticarlo. Tutti quanti, alla fine, ci perdiamo. Bene e male, insomma, sono reali. Lo sa ormai anche il ragazzo che a Massa ha ucciso la notte di Natale. Dobbiamo capirlo tutti. Dobbiamo recuperare il senso etico della realtà e valutare il reale spessore delle nostre azioni. Ecco l’augurio che mi sento di formulare per il 2014.

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