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Mattarella, il primo presidente della Terza Repubblica

La scelta politica di Mattarella per il Quirinale appare come un suggello al sogno moroteo di un bipolarismo in grado di superare le angustie della politica del suo tempo e di prefigurare una divisione fra progressisti (tra i quali lui si annoverava) e i conservatori. Una linea di cultura politica e di politica culturale che fu drammaticamente stroncata dalla violenza brigatista.

Sergio Mattarella (Foto Sir)

Sergio Mattarella è il dodicesimo presidente della Repubblica italiana. È stato eletto da una larga maggioranza dei due terzi dei grandi elettori.

Sarà il primo presidente della Terza Repubblica e dovrà contribuire a modellarla, soprattutto attraverso lo stile della rappresentanza e delle dinamiche istituzionali figlie della nuova legge elettorale e del nuovo assetto costituzionale. Non è un caso, infatti, che la sua elezione da parte dei grandi elettori sia avvenuta a pochi giorni dal via libera al Senato dell’Italicum. Cioè la legge elettorale destinata a definire vincitori e vinti in una competizione proporzionale che dovrebbe però garantire, grazie al premio di maggioranza attribuito alla lista dopo un eventuale ballottaggio, una maggioranza parlamentare numericamente certa, blindata e autosufficiente. Elisir di lunga governabilità? Staremo a vedere. Ma questa riforma elettorale procede e a suo modo completa quella costituzionale, che ha il suo perno nella trasformazione del Senato nella Camera delle autonomie e nell’attribuzione, alla sola Camera dei deputati, del potere di dare e togliere la fiducia al Governo oltre che la prevalente potestà legislativa. Quindi la fine del bicameralismo perfetto con la prospettiva di una più tempestiva e lineare approvazione delle leggi. Tale da configurare l’effettivo approdo nella Terza Repubblica.

Il nuovo presidente dovrà seguire l’iter finale delle riforme da parte di senatori e deputati e poi dovrà vigilare, dal Quirinale, sui vagiti della Terza Repubblica che si spera possa nascere nel consenso democratico più ampio. Dunque, sette anni sicuramente impegnativi nello sforzo di rinnovamento istituzionale, nella speranza che il sistema-Paese sappia tirarsi fuori dalle secche della recessione e sappia imboccare la via dello sviluppo giusto e sostenibile.

Sergio Mattarella è stato indicato come «l’ultimo dei Morotei». Certamente è stato eletto innanzitutto dagli eredi delle due culture politiche che sono sopravvissute alla stagione di Mani pulite, ovvero gli ex comunisti e gli ex democristiani di sinistra, confluiti nel Partito democratico. Non è di sicuro un giovanissimo, come invece lo è il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che quando Aldo Moro è stato ucciso (1978) aveva solo tre anni. Questa distanza temporale ed esistenziale fa della scelta politica di Mattarella per il Quirinale un suggello al sogno moroteo di un bipolarismo in grado di superare le angustie della politica del suo tempo e di prefigurare una divisione fra progressisti (tra i quali lui si annoverava) e i conservatori. Una linea di cultura politica e di politica culturale che fu drammaticamente stroncata dalla violenza brigatista.

L’elezione di Mattarella sembra quasi premiare quell’antico sogno, pur nelle mutate condizioni politiche. Ma soprattutto sembra poter dare fiato e vigore, senza strappi, anche al secondo soggetto dell’imperfetto bipolarismo italiano. Ovvero, quel fronte conservatore che merita forse interpreti più giovani e moderni, così come avviene in tante democrazie mature dell’Occidente. Capaci anche loro di confrontarsi con le sfide più pressanti del tempo e in grado di offrire una risposta riformista.

Come vedete, abbiamo volutamente trascurato l’appartenenza religiosa del nuovo presidente della Repubblica. Anche per lui, come per tutti i suoi predecessori, vale il giuramento di fedeltà alla Repubblica e alla Costituzione. Dovrà bastare per giudicarlo sulla base dei suoi atti. Saranno poi la sua retta coscienza e la sua intelligenza politica a guidarlo. Se un piccolissimo consiglio ci possiamo permettere di offrirgli è solo questo: dimostri di voler bene agli italiani. Soprattutto a quelli che arrancano e sono nelle ultime file. Quando Aldo Moro parlava, con il suo linguaggio colto, nelle piazze del Sud stracolme di braccianti bruciati dal sole, riusciva a catturarli. I contadini facevano fatica a capire tutte le sue parole, ma quell’uomo mite ispirava fiducia. Mattarella ci provi. Superi il suo tradizionale riserbo e parli al cuore degli italiani. Si guadagni la loro fiducia. E li aiuti a farsi protagonisti della vita repubblicana.

Buon lavoro, Signor Presidente.

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