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Minaccia comune da contrastare insieme ai musulmani

A quindici giorni di distanza dagli attentati di Parigi c’è una domanda che, detta o sottintesa, domina ancora la mente della gente sballottata fra sentimenti di paura e pulsioni di vendetta, fra allarmismi per il fagotto abbandonato e allarmi per il terrorista identificato, tra la voglia di rientrare nella quotidianità della vita che continua e il timore confuso per il futuro.

Preghiere in Francia sui luoghi degli attentati

Questa domanda è in fondo quella del che fare di fronte ad un fenomeno come il terrorismo globale, del come sconfiggerlo o perlomeno del come arginarlo. Si tratta di una minaccia nuova sconosciuta nella storia e come tutte le malattie mai viste prima deve ancora trovare e sperimentare il suo antidoto. E tuttavia, seppure muovendoci su un terreno dove si può inciampare ad ogni passo nella presunzione, è possibile cercare di fornire se non delle verità assolute, almeno delle riflessioni che cerchino di sfoltire, prima ancora che l’incubo del terrorismo, gli isterismi e i fanatismi che pure sono figli quasi inevitabili di una minaccia che ha anche del mostruoso.

Prima di tutto dobbiamo subito mettere da parte l’idea, rimessa immediatamente in circolazione in queste settimane, che terrorismo e islamismo siano la stessa cosa. Se così fosse per sconfiggere il terrorismo dovremmo aspettare di avere eliminato un miliardo e seicento milioni di musulmani esistenti nel mondo o di averli convertiti tutti uno ad uno (e i missionari che nei secoli sono passati senza successo dalle parti delle moschee ci potrebbero raccontare come sia quasi impossibile convertire un musulmano). Non bisogna mai stancarci di ripetere che il cosiddetto Califfato conduce una guerra prima di tutto contro i musulmani e musulmane sono quasi tutte le sue vittime. Per quanto per i nostri media sia meno importante tutto ciò che accade fuori dall’Europa non bisogna nascondere che gli attentati di Parigi sono stati preceduti da quello di Ankara il 10 ottobre con novantasette morti e da quello di Beirut il 12 novembre con quarantatre morti. Se vogliamo trovare il luogo dove l’Isis ha fatto più vittime in ventiquattro ore bisogna andare a Mossul in Iraq dove il 10 giugno dell’anno scorso 670 musulmani sono stati messi in fila per quattro e fucilati uno dopo l’altro. Secondo il rapporto del Global terrorism index, pubblicato da La Stampa il 19 novembre scorso, nel 2014 solo il 2,6 % delle vittime del terrorismo appartengono al mondo occidentale. Questi dati servono a rammentarci che, proprio perché il terrorismo è una minaccia comune, per contrastarlo dobbiamo cercare il più possibile la solidarietà dei musulmani.

Anche l’idea di una guerra condotta sul terreno per cancellare l’Isis dal territorio che si è conquistato in Iraq e in Siria non appare fra le proposte più ragionevoli nonostante il riflesso condizionato di molti abituati a pensare che appena c’è un nemico ci vuole anche una bella guerra. Ma l’esperienza ormai dimostra che l’Occidente, quando mette i suoi scarponi anfibi sulla sabbia, non è più in grado di vincere guerre che sono poi guerriglie e guerre civili fin dal fiasco in Somalia nel 1994 per non risalire addirittura alla guerra del Vietnam. Dopo quattordici anni che c’è la guerra in Afganistan il risultato è, come ha scritto in questi giorni il New York Times, che «ad un ora di strada da Kabul i talebani regnano». Quanto all’Iraq ormai tutti, anche coloro che a suo tempo vollero la guerra iniziata tredici anni fa, ammettono che per togliere il male (Saddam Hussein) si è fabbricato il peggio (l’Isis).

Bisogna quindi domandarsi se non ci sono altri strumenti diplomatici e politici da usare per contrastare uno stato che oltre ad essere minaccioso è anche strano. In genere infatti un paese in guerra, quando è assediato in mezzo a frontiere tutte sbarrate, non riesce a lungo a trovare le risorse per continuare a combattere. Al contrario l’esercito del Califfato, nonostante che abbia contro di sé in teoria una coalizione di sessanta stati e confini tutti ostili, esibisce delle colonne di centinaia di automezzi Toyota tutti uguali e nuovi di zecca nelle sue sfilate vittoriose e nei suoi film propagandistici, impugna mitra Kalashnikov russi o M16 americani e lascia in giro bossoli fabbricati nel Missouri. Il fatto che buona parte di queste armi siano state prese all’esercito iracheno o all’opposizione siriana moderata non basta a spiegare uno sfoggio di mezzi che non si esaurisce nel tempo e arriva fino alle divise mimetizzate dei miliziani e alle tute arancione dei condannati a morte.

Il 7 ottobre scorso parlando alla università di Harward il vicepresidente americano Joe Biden ha accusato esplicitamente Turchia, Arabia saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar di armare e di finanziare l’Isis: «Hanno fatto piovere centinaia di milioni di dollari e decine di migliaia di tonnellate di armi nelle mani di chiunque fosse in grado di combattere Assad», ha detto. Al vertice del G20 ad Ankara Putin ha ripetuto in sostanza le stesse accuse: «I jahadisti sono finanziati da persone fisiche provenienti da quaranta paesi tra cui anche membri del G8». E per l’occasione il leader russo ha mostrato i filmati delle colonne di autocisterne dell’Isis che portano il petrolio ai loro clienti e non solo in Turchia e ha detto: «Sono come un oleodotto». Solo che fino a pochi giorni fa né gli americani né i russi avevano pensato di bombardare i campi petroliferi in mano al Califfato e i mezzi con cui il petrolio viene portato a destinazione. Le prime misure più importanti per fiaccare l’Isis sono quella di rompere i sostegni di cui l’Isis ha goduto finora anche mettendo in gioco i rapporti commerciali floridi che i paesi occidentali, fra cui il nostro, tengono con i paesi messi sotto accusa e quella di cercare una soluzione politica in Sira che metta da parte Assad senza distruggere lo stato e porti ad un cessate il fuoco senza isolare gli alawiti e il partito Baath.

Tuttavia bisogna anche guardarsi dal credere che combattere lo stato del Califfato significa eliminare il terrorismo. Al contrario il terrorismo in Europa potrebbero sopravvivere anche ad un eventuale fine dello stato delle bandiere nere. Gli attentati di Parigi sono stati soprattutto opera di cittadini francesi e belgi. Poiché il terrorismo è materia più per l’opera della polizia che per quella degli eserciti bisogna ammettere che nel caso degli attentati di Parigi la prevenzione attuata finora ha lasciato molto a desiderare visto che molti degli attentatori già segnalati per i loro propositi, a cominciare dalla «mente» Abdelhamid Abaaud noto alla polizia per organizzare attentati fin dall’agosto scorso, hanno potuto transitare più volte tranquillamente fra Belgio e Francia e fra Francia e Siria e ritorno. È anche ormai evidente che la battaglia contro il terrorismo non si vince senza affrontare il suo principale mezzo di diffusione, di reclutamento e di organizzazione che sono la rete e i social network.

Infine non bisogna dimenticare che la battaglia contro il terrorismo si può combattere oltre che con la prevenzione anche con la persuasione e con l’attenzione in Europa prima ancora che nel Medio Oriente. In fondo gli attentatori di Parigi, giovani ventenni nati in occidente, sono forse più figli della rivolta delle banlieue abbandonate di dieci anni fa che degli avvenimenti degli ultimi mesi. Quasi tutti i terroristi di Parigi sono venuti da Molembeek, il paese belga isolato dal resto del paese come la buca aperta di una fogna, tollerato perfino nella sua microcriminalità come una Bronx extraterritoriale, accettato come santuario per traffici e complotti di tutti i tipi per fare finta di non vedere una realtà dove il cinquanta per cento degli abitanti sono musulmani e dove il settanta per cento dei musulmani è disoccupato.

Minaccia comune da contrastare insieme ai musulmani
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