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Miopie incrociate sulla legge elettorale

E' un peccato che si arrivi alla riforma della legge elettorale in mezzo ai miseri calcoli di piccolo cabotaggio da parte di una politica priva di colpi d’ala. La legge elettorale, infatti, è per importanza appena un gradino al di sotto della Costituzione. Ci sono addirittura nazioni che hanno scelto di inserirla nella loro Carta, e non certo per una svista dei rispettivi padri costituenti.

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Il modo in cui si sceglie la classe dirigente di una democrazia è il primo passo per plasmarne i contenuti e i comportamenti, per indirizzarne gli andamenti e le possibili decisioni. Il maggioritario o il proporzionale racchiudono, di fatto, il potere di indirizzo che il popolo esercita in modo primigenio nei confronti dei governanti. Non può sfuggire, del resto, che la cosiddetta Prima Repubblica inciampò sì su Tangentopoli, ma finì quando si decise di abbandonare il proporzionale. Nacquero i partiti di plastica, i leader uomini della Provvidenza, i Parlamenti di nominati.

Si profila quindi un cambiamento potenzialmente epocale: potremmo arrivare alla terza fase della nostra storia repubblicana, magari sotto le spoglie di un ritorno al futuro. Sempre che la voglia di andare alle urne a tutti i costi da parte del Pd (e questo è il motore che ha dato impulso allo sforzo riformatore, il che la dice lunga) non si esaurisca sulle secche del calcolo di nuove convenienze. Può darsi. Ma può darsi il contrario. E allora le miopie incrociate delle tre principali forze politiche potrebbero generare il principio attivo delle rispettive rovine. Difficile immaginare questo Pd, questo centrodestra a trazione berlusconiana e persino questo M5S in grado di sopravvivere ad un sistema politico impostato per far emergere nel medio periodo, ineluttabilmente, forze se non di massa di certo connotate dal punto di vista culturale. La qual cosa, non neghiamocelo, sarebbe anche una bella sfida se non una bella opportunità per gli stessi cattolici: oggi ciecamente sparpagliati e intenti a divorare piatti di lenticchie.

Questo però appartiene al domani. È invece dell’oggi il riflettere non solo sulla necessità di finirla con la politica dello scontro basata sul principio «chi ha il 51% comanda e non ascolta gli altri», ma anche sull’opportunità di riscoprire le grazie voluttuose, anche se magari giudicate attempate, della mediazione come metodo della politica. Rincresce dirlo, ma non è vero che il maggioritario ci abbia dato la stabilità: si vada a fare con attenzione il conto dei governi dal 1994 ad oggi. Ci ha dato, al contrario, la sostanziale instabilità della linea politica, per cui ogni cambiamento di maggioranza segnava anche lo smantellamento cieco e distruttivo di quanto fatto negli anni precedenti dalla parte avversa. Con inevitabile blocco del sistema Paese. Diciamocelo pure tra toscani: i nostri padri, nei Comuni, cambiavano uomini al potere ogni sei mesi, ma la linea politica non cambiava di una virgola nei secoli. Firenze si è fatta grande così, e Lucca così è rimasta per secoli libera e splendida. Non abbiamo paura di tornare al passato, dunque, perché «la Storia può sempre cambiare». Ce lo ha insegnato, in un film di trent’anni fa, Michael J. Fox.

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