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Nuovi poveri, nuova solidarietà

Ci sono tanti tipi di poveri e tanti modi per diventarlo. Il fenomeno stesso ha mutato pelle nel corso dei decenni. Prima dell’immigrazione di massa nel nostro paese i poveri urbani si trovavano sostanzialmente tra gli italiani ai margini del tessuto sociale per cause diverse, sostanzialmente riconducibili al disagio sociale (malattia mentale, handicap, disagio familiare, ecc.).

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Nuovi poveri, nuova solidarietà

Questo nocciolo tradizionale della povertà permane tuttora e si presenta piuttosto stabile nel tempo ma ad esso si sono aggiunte nuove forme. Un primo cambiamento si è avuto con le grandi immigrazioni a partire dagli anni novanta. I nuovi arrivati che non trovano un’occupazione stabile, ed erano la maggioranza, sono entrati direttamente nelle file dei poveri. Questo ha determinato un notevole aumento del numero effettivo dei poveri sul territorio, in parte non rilevato dalle statistiche ufficiali. Il secondo cambiamento è recente e tocca gli italiani, nuove categorie di italiani, non quelle che costituivano il nucleo tradizionale dei ceti poveri.

L’economia italiana ha vissuto prima della crisi attuale una lunga fase di ristrutturazione industriale, durata circa un decennio, che ha portato alla perdita di interi pezzi del sistema industriale. In questo scenario si è innescata nel 2008 la più grave crisi economica dalla seconda guerra mondiale che ha accelerato il percorso di declino industriale già in atto, con un forte impatto negativo sull’occupazione. Quando chiude un’azienda di per sé non è né bene, né male. Per il lavoratore stesso che perde il lavoro può non essere un grave problema, se può trovarne un altro. Quando invece chiudono decine di aziende, sorge un problema economico e sociale, di fronte al quale i lavoratori non sono tutti uguali. Ci sono fasce protette e altre non protette. Se si tratta di lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, lavoratori precari, quando chiude l’azienda, costoro escono dal mercato del lavoro e entrano più o meno velocemente nel circuito della povertà. Sono queste le nuove fasce di poveri che preoccupano maggiormente, perché non è facile portare loro aiuto con gli strumenti di cui disponiamo. Per l’immigrato, magari clandestino, ricevere un pasto caldo ogni giorno può essere una prospettiva che va ben oltre le sue aspettative, ed è questo un aiuto che le parrocchie possono dare con relativa facilità.
Per un lavoratore di mezza età, con figli e con un mutuo o un affitto da pagare la perdita del posto di lavoro oggi è un dramma, perché quel lavoratore non troverà un altro lavoro e non troverà nessuno capace di aiutarlo. I comuni hanno ridotto all’osso o eliminato del tutto la spesa sociale con cui un tempo si tamponavano le situazioni di disagio sociale. I canali della solidarietà privata, se riescono a attivare mense per i poveri, distribuire «pacchi spesa» e in casi limitatissimi anche a procurare alloggio a chi ha perso la casa, non hanno la capacità di far fronte a impegni finanziari più gravosi come coprire mutui o pagare affitti, per numeri in forte crescita. Il problema più grave delle crisi cicliche è che taluni soggetti – gli individui e le imprese più deboli – non hanno la capacità di mantenere le posizioni per il tempo necessario ad agganciare la ripresa e, quando questa si presenta, non sono più sul mercato. Ciò per il lavoratore non protetto significa entrare in uno stato di povertà, da cui potrebbe non risollevarsi. Il punto critico è il ponte, che è offerto ai lavoratori protetti dagli ammortizzatori sociali, come la cassa integrazione, mentre è negato agli altri.

È una situazione di squilibrio e iniquità di cui è difficile farsi una ragione. Il problema nuovo che si pone alla solidarietà privata, di fronte alla costante riduzione dell’impegno pubblico, è soprattutto il cambiamento dei bisogni di cui sono portatori i nuovi poveri. In una parola, il problema è come creare quel ponte che consenta di non perdere la casa o l’impresa individuale e quindi di mantenere le posizioni, per agganciare la ripresa quando ci sarà. Un conto è aumentare i pasti serviti – qui ci sono ancora margini di crescita –, tutt’altro è aumentare gli interventi sulla casa e sulle attività economiche, ancorché minime. Si potrebbe tentare la strada del microcredito? Si potrebbero promuovere micro-attività economiche ad esempio in forma cooperativa? Allo stato attuale sono poco più che ipotesi, tutte da sperimentare. La verità è che non abbiamo risposte pronte e nuove soluzioni vanno inventate. È qui che si gioca la sfida della nuova povertà.

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