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Profughi, la Chiesa non fa orecchie da mercante

Una riflessione a margine delle polemiche suscitate dalla lettera sull'accoglienza agli immigrati dei vescovi del Triveneto. Dimenticare i problemi delle periferie del mondo, quelle in cui si muore per inedia e pandemie, dove si combattono guerre sanguinose in nome del «dio denaro» o imperversano regimi dittatoriali che tutelano, sempre e comunque, interessi faziosi, significa, davvero, essere fuori dal tempo e dalla Storia.

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Accoglienza profughi (Foto Sir)

 Come era prevedibile, la lettera dei vescovi di Treviso e di Vittorio Veneto, pubblicata in questi giorni, dedicata all’accoglienza dei profughi, ha suscitato un acceso dibattito, generando uno strascico di polemiche a non finire. E dire che i presuli, prima di prendere penna e calamaio, avevano voluto attendere - sono loro testuali parole - «che si attenuasse un certo clima surriscaldato», a seguito dell’arrivo di nuovi migranti, che aveva dato luogo a qualche episodio di particolare tensione sociale, anche a causa di scelte improvvide per la loro sistemazione. E come spesso succede nel nostro Paese, l’opinione pubblica si è divisa tra guelfi e ghibellini, grazie anche alla rituale enfatizzazione dei fatti tipica di un certo modo di fare informazione. Sta di fatto che sabato scorso, monsignor Corrado Pizziolo, vescovo di Vittorio Veneto, ai microfoni di Radio Vaticana, tornando sui contenuti della missiva, è stato costretto a mettere, per così dire, i puntini sulle «i», con un commento lapidario: «Mi colpisce che molti invochino e applaudano papa Francesco quando risulta comodo, mentre, quando denuncia la ‘globalizzazione dell’indifferenza’ o la ‘cultura dello scarto’, non lo ascoltino più».

La presa di posizione dei vescovi - è bene rammentarlo - è scaturita dall’esigenza di esprimere una riflessione «pacata» su un tema rispetto al quale, soprattutto come credenti, non è lecito fare orecchie da mercante. I principi evangelici sono chiari, e su questi saremo giudicati: «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, nudo e mi avete vestito... straniero e mi avete accolto». Purtroppo, spesso, duole doverlo scrivere, è la demagogia a prendere il sopravvento, manipolando le coscienze, col risultato che, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano, «passiamo oltre». Dimenticare i problemi delle periferie del mondo, quelle in cui si muore per inedia e pandemie, dove si combattono guerre sanguinose in nome del «dio denaro» o imperversano regimi dittatoriali che tutelano, sempre e comunque, interessi faziosi, significa, davvero, essere fuori dal tempo e dalla Storia. Non solo, questo svuotamento di ideali è sintomatico del «pensiero debole» della cultura europea contemporanea (dunque anche italiana), quella che inibisce i neuroni dell’anima. 

E meno male che c’è la Chiesa a ricordarci, attraverso questi due illuminati pastori del Triveneto, che è possibile contrastare responsabilmente, la mentalità corrente, coniugando giustizia e legalità con solidarietà e accoglienza, senza erigere nuovi muri che sanciscano l’esclusione sociale. Dispiace perciò leggere certi commenti, come quello del governatore della regione Veneto, Luca Zaia, che dice di rispettare i vescovi, anche se poi non è proprio così convincente: «In quanto cattolico, io li capisco perché il Vangelo predica la compassione, la solidarietà, l’aiutare chi è in difficoltà, ma i cittadini veneti hanno capito che molti di questi che noi aiutiamo come profughi non sono affatto in difficoltà». Ma scusate, stiamo parlando di gente facoltosa che è venuta in Italia per fare le vacanze? Sono personaggi che hanno lasciato i loro rispettivi Paesi per un improvviso capriccio, essendo tutti figli di papà? E come se non bastasse, il governatore Zaia ha rincarato la dose affermando: «I veneti si chiedono: i vescovi hanno dato tutto quello che potevano dare? I seminari sono tutti pieni di immigrati e di profughi? Gli altri edifici a disposizione dei vescovi non sono più utilizzabili tanto sono pieni di profughi? Proprio non mi risulta». 

Peccato che sia poco informato. La Chiesa, caro governatore, è in prima linea nel servizio agli ultimi, a coloro che sono immigrati, alle famiglie colpite dalla recessione, a coloro che frequentano le stazioni ferroviarie, dove un caffelatte e un panino lo offrono le «ronde della carità», cioè le associazioni cattoliche. Tra l’altro, a Verona il Cum (ex seminario per l’America Latina), in collaborazione con la Caritas diocesana, sta già ospitando alcuni profughi. E cosa dire dei missionari veneti in giro per il mondo a fianco dei poveri? Quelli non contano? Vittorio Bachelet, presidente dell’Azione Cattolica, ucciso dalle Brigate Rosse, diceva: «Non si vince l’egoismo mostruoso che stronca la vita se non con un supplemento di amore».

Fonte: Sir
Profughi, la Chiesa non fa orecchie da mercante
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