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Quaresima: l’austerità di un’impegnativa prospettiva esistenziale

Per un misterioso paradosso di inaudita inversione il cammino quaresimale prende le mosse da un pugno di cenere cosparso sulla testa delle nostre illusorie pretese per compiersi poi nel guizzo vivace e consolante di quel fuoco che la notte di Pasqua dissolverà finalmente le tenebre del nostro niente, del nostro peccato e della nostra morte.

Parole chiave: Quaresima (78)
Imposizione delle Ceneri

La curva stretta dalla cenere alla fiamma è salutare sovversione di ogni logica per dirci, coi gesti liturgici e con la loro materia, l’assoluta signoria dell’amore di Dio e la sua volontà di liberarci da ogni condizionamento, fosse anche quello dei necessari meccanismi  naturali che pure ci tengono in vita, pur di riaffermare nel nostro distratto e autoreferenziale cuore il primato della sua grazia, della sua libertà e della sua salvifica verità.

In tempi come i nostri, esposti alla dissolvenza della percezione di un significato sotteso allo svolgersi dei giorni e altresì tentati di rimuovere ad ogni costo la consistenza di quella estrema sponda al tempo stesso costituita dalla morte, appare addirittura epico il lucido coraggio con cui la sapienza della Chiesa e delle sue stagioni insiste nel ricordarci che non ogni momento è uguale all’altro in forza di un presunto, dannato deficit di significato, ma che al contrario esiste davvero oltre l’immediato dettaglio dei minuti una misteriosa filigrana che rivela alla nostra libertà le tracce di un sentiero verso la sorgente stessa del tempo e, al contempo, che le nostre pretese di immortalità, vanamente fondate sul ricorso a tecnologie sempre più raffinate, non bastano a decretare con sigilli di permanente garanzia l’estraneità della nostra autoaffermazione alla possibilità dell’errore, del fallimento, della morte, in definitiva a quella sconcertante condizione che la Chiesa ci ha insegnato a chiamare peccato. 

Accedere al fuoco amoroso della vera vita partendo dalla cenere è dunque la sorprendente prospettiva che ci è proposta dalla Quaresima, nell’esercizio, non individuale ma corale perché autenticamente ecclesiale, di un ben più oggettivo realismo rispetto a quello proposto dal nostro sguardo ombelicale, falsato da una opacità egoistica e dunque nevrotica e impaurita. Riproponendoci l’argilla cinerina e polverosa dalla quale siamo tratti, l’humus su cui il Dio creatore di Genesi 2, 7 ha soffiato il suo vitale respiro di amore, l’inizio del cammino di Quaresima presenta infatti alla nostra intelligenza l’inconsistenza, inevitabilmente destinata al fallimento, di ogni diabolica scissione fra l’umano e il divino: per davvero l’uomo senza Dio resta vittima del suo stesso idolatrarsi, e i ripetuti appelli che in quei quaranta giorni santificanti la liturgia ci porge invitandoci all’ascolto obbediente della Parola e al conseguente cammino di ritorno al Signore nella gioia umile e verace di un’inneggiante apertura di cuore alla sua gloriosa presenza e di una pragmatica passione per la condivisione di quanto la Provvidenza ci ha donato, altro non servono che a ricordarci che ognuno di noi partecipa alla vera vita nella misura in cui schiude finalmente il proprio cuore alla relazione e alla comunione di amore, respingendo con forza da sé l’idolo della nostra sopravvivenza naturale ad ogni costo assolutizzata e assolutizzante, con la sua seducente e illusionistica proposta di ritenerci autonomi e indipendenti da ogni alterità. Per davvero senza il Signore Gesù l’uomo sopravvive a se stesso unicamente come cenere e solo in Cristo egli cessa di essere -per usare l’immagine paolina- «schiavo degli elementi del mondo» (Galati 4, 3).

È infatti con la venuta del Figlio nella nostra stessa carne e nell’oceano dei nostri minuti che il Padre celeste offre oggi all’uomo «il momento favorevole» e «il giorno della salvezza» (2 Corinzi 6, 2) per sollevarci finalmente sia dal chaos della frantumazione che dalla solitudine della separatezza cui il peccato ci ha assoggettato. Autentica ascesi quaresimale non sarà allora l’eroica e vanitosa ostentazione di chissà quali prestazioni virtuose, ambigua occasione di compiaciuta e individualistica soddisfazione psicologica, ma l’umile e rigenerante accoglienza di quella verità di salvezza che in Cristo si fa volto ed evento di relazione e che mi costituisce «uomo nuovo»: reviviscenza della rinascita battesimale, distacco, anzi vero e proprio esodo dal cuore patologico delle nostre pretese narcisistiche, aggressive e diffidenti, adesione alla vera vita attinta, mediante i sacramenti, da quella incessante auto-donazione che Lui, il Signore Gesù, ha compiuto di sé, che i Vangeli generosamente ci narrano e che la santa liturgia nello Spirito Santo celebra, e dunque efficacemente attualizza, ogni giorno per noi.

L’indubbia austerità di questa impegnativa prospettiva esistenziale potrebbe far sovvenire alla nostra mente alcuni mirabili versi di Mario Luzi:

«Il pensiero della morte m’accompagna
tra i due muri di questa via che sale
e pena lungo i suoi tornanti. Il freddo
di primavera irrita i colori,
stranisce l’erba, il glicine, fa aspra
la selce; sotto cappe ed impermeabili
punge le mani secche, mette un brivido.

Tempo che soffre e fa soffrire, tempo
che in un turbine chiaro porta fiori
misti a crudeli apparizioni, e ognuna
mentre ti chiedi che cos’è sparisce
rapida nella polvere e nel vento».

Sarebbe in effetti fatalmente riduttivo occultare della Quaresima la sua accorata indole penitenziale e altresì il suo invito a immergerci nel crudo, violaceo realismo della nostra contingente finitezza così esposta alla fragilità, alla menzogna e all’infedeltà. Non a caso la Tradizione ci raccomanda di supplicare quel dono specialissimo che il Signore talvolta accorda lasciandoci finalmente piangere di compunzione nella scoperta o riscoperta del nostro peccato e della nostra miserevole presunzione. E tuttavia con san Giovanni Apostolo possiamo ben dire, mossi da riconoscente e gioiosa speranza nella grazia celeste, che anche «noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi» (1 Giovanni 4, 16) e che dunque siamo salvati non in forza di un concetto o di una soggettiva intuizione intellettualistica, ma di una reale e affidabile esperienza di relazione col Signore Gesù morto crocifisso per noi. 

Per questo ha avuto ben ragione il cuore di Mario Luzi ad aggiungere a quei versi appena evocati un esito radioso e pasquale, la cui più cupa premessa non era peraltro ad esso estranea:

«L’amore aiuta a vivere, a durare,
l’amore annulla e dà principio. E quando
chi soffre o langue spera, se anche spera,
che un soccorso s’annunci di lontano,
è in lui, un soffio basta a suscitarlo.
Questo ho imparato e dimenticato mille volte,
ora da te mi torna fatto chiaro,
ora prende vivezza e verità».

Son queste la stessa vivezza e la stessa verità che rischiareranno di fondata speranza il nostro inquieto e interrogante esserci nella notte santa di Pasqua.

*priore di San Miniato al Monte (Firenze)

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