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La Popolare di Vicenza si è portata via le opere più prestigiose

Quei capolavori che devono restare a Prato

Fummo facili profeti. Ed è tutt’altro che motivo di soddisfazione. Nel luglio del 2010, quando fu decisa la fine della gloriosa e poi travagliata storia della Cariprato, già Cassa di Risparmio di Prato, per incorporazione nella proprietaria Popolare di Vicenza, dalle pagine pratesi di questo settimanale lanciammo l’allarme.

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Palazzo degli Alberti a Prato

«La Galleria di Palazzo degli Alberti - scrivemmo allora – è a rischio. Con i suoi Caravaggio, Bellini e Filippo Lippi farebbe gola ai principali musei del mondo. E la dirigenza della banca […] potrebbe essere tentata di portarla a Vicenza in tutto o in parte. […] Gola, soprattutto, potrebbe farla la bellissima Crocifissione di Giovanni Bellini, che Antonio Paolucci definì, anni fa, “uno dei venti più commoventi dipinti al mondo”. Nello sfondo della tavola – spiegavamo ancora – il grande pittore veneto raffigurò proprio la città di Vicenza».

Allora la reazione di Prato fu sorprendentemente tiepida anche alla notizia della cancellazione con un colpo di spugna della banca locale. Figuriamoci all’ipotesi, da noi paventata nel silenzio generale, di perdere anche quei capolavori, frutto di una «stagione irripetibile di imprenditoria e mecenatismo».

Due anni dopo quel rischio è diventato realtà. La Banca Popolare di Vicenza, che aveva già avviato un freddo distacco dalle sorti del territorio pratese, con la scusa di una mostra temporanea si è portata via le tele più prestigiose e dal proprio palazzo nella città dei Berici non li vuol riportar in riva al Bisenzio. Anzi, altri lì vorrebbe trasferire. Il presidente dell’istituto di credito Gianni Zonin, noto imprenditore del vino, ha sprezzantemente risposto al presidente della Provincia Gestri che i quadri sono di loro proprietà e ne posson fare quello che vogliono. Parole e decisioni che rischiano di ritorcersi contro.

È che questa volta Prato ha tirato fuori il proprio orgoglio e la propria rabbia dando vita ad una mobilitazione generale che in città non si vedeva da tempo: nessuno mette in dubbio la legittima proprietà, ma si chiede che quei capolavori, acquistati dal genio e dal lavoro dei pratesi, a Prato rimangano. Forse questa reazione, per certi versi inattesa, è il segno di una città che sta ritrovando sé stessa, dopo anni di smarrimento delle fortune tessili e con esse della propria identità.
La vicenda, approdata sui media nazionali e in Parlamento, è il colpo di coda, emblematico, di quello sciagurato processo compiutosi negli ultimi venti anni che ha visto il sistema bancario locale toscano perdere pezzi uno dopo l’altro, tra la miopia e la complicità della politica, dell’economia e delle lobby di potere. Non è un caso che la prima avvisaglia fu proprio, nel 1988, il crac della Cassa di Risparmio di Prato con quel che ne conseguì. Ora in tanti, di fronte anche alla caduta dagli altari del «mitico» Monte dei Paschi, piangono sul latte versato. Ma è troppo tardi.

Due anni fa, da queste colonne, proponemmo alla Popolare di Vicenza un patto con Prato, «un po’, fatte le debite proporzioni, come quello “di famiglia” di Maria Luisa de’ Medici tra i Medici ormai estinti, Firenze e gli Asburgo Lorena». Ma è forse il sistema del credito e tutta la finanza che dovrebbero anche in Toscana – se ci è consentito questa riflessione – scendere a patti con il territorio, la sua economia reale, la sua cultura. Con i fatti, non con le parole.

Quei capolavori che devono restare a Prato
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