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Quei giovani fragili che non si attendono niente dalla vita

C'è un fatto di cronaca dei giorni scorsi che ha sicuramente colpito molti, forse terrificato qualche genitore. Si tratta di quanto accaduto a Milano dove un ragazzo di 20 anni ha spinto nel vuoto l’ex fidanzata di 19 e si è gettato dietro di lei dall’ottavo piano. Impressionante la premeditazione: era tutto organizzato. Addirittura lui, prima di farla morire, ha voluto far provare a lei «il terrore di perdere tutto».

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Un murales (Foto Sir)

Un fatto, che insieme ad altri analoghi anche tra persone più mature (in età), sembra dimostrare che alla fine di una relazione è sempre più frequente la voglia di vendetta da parte di chi ritiene di essere stato abbandonato. Forse è una verità, ma non spiega tutto. In particolare non lo spiega quando ci sono di mezzo dei giovani che hanno il tempo necessario per rifarsi una vita, o più precisamente iniziarla, anche dal punto di vista sentimentale.

C’è dunque qualcosa di più, pur essendo certa la mancanza di un’educazione alla sconfitta, in tutti gli ambiti, a scuola come in amore. C’è una diffusa incapacità di reggere alle frustrazioni. «Bisogna saper perdere, non sempre si può vincere...», diceva al proposito una vecchia canzone di Lucio Dalla resa famosa dai Rokes (citazione forse un po’ banale, ma con una buona dose di saggezza). E se quello di Milano è un caso limite, la fragilità è diffusa e si esprime con modalità diverse di cui il cinema, ad esempio, sembra esserne lo specchio fedele. Non è un caso, infatti, che tante pellicole in uscita in questi giorni e nei prossimi nelle sale cinematografiche o sugli schermi televisivi affrontino in qualche modo il «male di vivere» delle nuove generazioni o il tormentato rapporto tra genitori e figli.

Alla sola recente Mostra del cinema al Lido di Venezia abbiamo visto «I nostri ragazzi» di Ivano De Matteo, con adolescenti di buona famiglia capaci di inaudite violenze, oppure «Perez.», di Edoardo De Angelis, con una controversa figura paterna. Ma anche, per limitarci alla cinemotagrafia nostrana, «La vita oscena» di Renato De Maria, che, pur prevedendo per così dire il lieto fine, ci propone un adolescente costretto a toccare il fondo in un abisso di desolazione tra sesso e droga che sembra essere il passaggio obbligato per una rinascita a vita nuova. Qualcuno l’ha definito «il ragazzo che voleva morire ma non ci riuscì e diventò poeta». Per non parlare de «La variabile umana» di Bruno Oliviero, in questi giorni sugli schermi televisvi di Sky, dove tornano figli omicidi frequentatori di ambienti decadenti e corrotti.

Un campionario, insomma, di ragazzi alcolizzati, drogati e violenti, la cui unica forma di socializzazione restano i social network. Giovani che non si attendono più niente dalla vita, impreparati e fragili, ma prima ancora i loro genitori, soprattutto i padri.

Non tutti i ragazzi e i genitori sono così, è ovvio, ma questi devono far pensare, ci devono imporre una riflessione, devono far crescere la consapevolezza di chi educa. Dobbiamo tornare a proporre valori forti, ma anche ad imporre delle regole. I genitori non difendano i figli a prescindere, non cerchino di esserne amici, sarebbe dannoso, oltreché fuori luogo.

Quei giovani fragili che non si attendono niente dalla vita
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