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Quel mezzo pasticcio della legge elettorale

Il disegno di legge elettorale approvato dalla Camera ed ora all’esame del Senato (il cosiddetto Italicum) si configura come una specie di correzione della legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta: e ciò in quanto non si è scelta cioè la via, assai più auspicata e auspicabile, di un modello radicalmente diverso rispetto al «Porcellum».

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Quel mezzo pasticcio della legge elettorale

Paradossalmente, dunque, la sentenza della Corte ha fatto un favore a chi voleva mantenere quel sistema, in certa misura legittimandolo (una volta eliminate le più evidenti storture). Cerchiamo di individuare, in primo luogo, gli obiettivi che l’Italicum tende a realizzare.

Il primo è quello della cosiddetta governabilità («cosiddetta» perché è evidente che essa dipende da tanti altri fattori rispetto al numero dei parlamentari): la legge conferma l’esistenza e la consistenza del premio di maggioranza (340 seggi nel caso di superamento del 37% dei voti; 321 in caso di ballottaggio), peraltro superando i rilievi della Corte costituzionale con la fissazione di una soglia minima per l’attribuzione del premio (37% dei voti), e la previsione di un ballottaggio tra le due coalizioni che hanno ottenuto più voti nell’ipotesi in cui nessuna coalizione raggiunga tale soglia.

Il secondo obiettivo è la spinta verso un sistema bipolare, mediante la fissazione di soglie di sbarramento particolarmente alte, specie per le liste non coalizzate. Per le coalizioni, infatti, la soglia è al 12%, mentre per le liste non coalizzate essa è fissata all’8%: quest’ultima è una delle più alte del mondo, inferiore soltanto a quella prevista in Turchia. Lo scopo è evidente, come si è detto: spingere verso il bipolarismo ed evitare il formarsi di più coalizioni alternative. Risultato tuttavia che la legge non può garantire in assoluto: sulla base dei risultati delle ultime elezioni, ad esempio, anche il Movimento 5 Stelle avrebbe superato la soglia.

Il terzo obiettivo, infine, è quello di favorire una maggiore omogeneità interna alle coalizioni: all’interno delle quali soltanto le liste che supereranno il 4,5% dei voti potranno partecipare alla ripartizione dei seggi (mentre con il Porcellum la soglia era al 2%, con possibilità di recupero anche della prima lista sotto tale soglia). Ciò dovrebbe indurre, dunque, ad una semplificazione del quadro politico ed ad una minore conflittualità interna alle coalizioni.

Sin qui, dunque, gli obiettivi che la legge si prefigge, e che sono abbastanza chiari nella loro definizione (che poi siano anche condivisibili dipende, ovviamente, dal punto di vista di ciascuno). Il perseguimento di tali obiettivi comporta però un sacrificio non secondario in termini di rappresentanza. Ed infatti: il premio di maggioranza resta assai alto (alla lista che ottiene almeno il 37% dei voti e che superi le altre viene «regalato» un ulteriore 15% di voti); tutte le liste che non raggiungono la soglia vengono messe fuori gioco (con la possibilità quindi di lasciare fuori dal Parlamento una parte assai considerevole dell’elettorato); la rappresentanza effettiva di ciascuna lista rischia di essere fortemente condizionata da quante altre liste supereranno o non supereranno la soglia. È sufficientemente coerente con il principio democratico un tale sacrificio, teso a garantire la governabilità e il bipolarismo? Forse sì, ma certo un qualche problema sembra porsi.

Ed infine, due aspetti assai critici. Il primo: le pervicace insistenza verso le liste bloccate, ovvero l’esclusione della possibilità di esprimere preferenze. Sul punto occorre essere chiari: si può vivere bene anche senza le preferenze (ed in effetti all’estero non ci sono quasi mai), purché vi siano (altri) sistemi che impediscano ai partiti di decidere senza effettivo controllo i parlamentari. Nell’Italicum non vi è nulla di tutto questo, e quindi la mancanza di preferenze significa lasciare ai partiti carta bianca nel determinare i nomi degli eletti. Con i partiti attuali, non mi pare la prospettiva ideale.

Il secondo: l’Italicum vale per la Camera, e non per il Senato. Si è giustificata tale decisione affermando che tanto il Senato sarà modificato (con legge costituzionale, ovviamente) e che non sarà più elettivo. Ergo, non vi è bisogno di legge elettorale. È un ragionamento logico, ma che si fonda su una condizione ancora tutta da verificare (la modifica del Senato): se non si arrivasse a cambiare la Costituzione sul punto, si andrebbe a votare con due leggi elettorali, una per la Camera ed una per il Senato. Con conseguenze (disastrose) che è facile immaginare.

La sensazione conclusiva è che chi ha proposto l’Italicum abbia voluto mantenere il Porcellum cercando di migliorarlo un po’: non mi pare un gran risultato, ma di questi tempi forse occorre accontentarsi.

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