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Regionali, ecco gli emergenti pronti al gran salto

Michele Emiliano in Puglia e Luca Zaia in Veneto, forti di un successo che va oltre i limiti delle rispettive coalizioni e partiti sembrano in grado di aspirare a correre per una leadership nazionale. È la vittoria politica di chi viene dai territori. Perciò non vanno trascurati nemmeno Chiamparino, Serracchiani, De Luca, Caldoro e Ricci.

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Emiliano e Zaia (Foto Sir)

Due vittorie nette che lanciano i vincitori nell’empireo nazionale: sono nate due stelle. E se l’affermazione di Michele Emiliano in Puglia è stata perentoria, quella di Luca Zaia in Veneto ha lasciato con la bocca spalancata pure lui. E non c’è dubbio che per entrambi si profila un ruolo più ampio rispetto a quello di presidenti regionali.

Emiliano, dunque. È l’esempio - copiato dal leghista veneto - di come lo «sporcarsi le mani» nell’amministrare dopo essersi tirati su le maniche, sia ancora il miglior modo per fare una politica vicina alla gente e ai suoi bisogni. Una volta c’erano le scuole di partito (le mitiche Frattocchie del Pci) o il doveroso e ineliminabile «cursus honorum» che ogni politico democristiano doveva percorrere per passare da semplice consigliere comunale a ministro: tanta gavetta e nessun salto nel vuoto.

La Seconda repubblica ha - ahinoi - portato la cosiddetta «società civile» nelle stanze dei bottoni quasi sempre senza alcuna preparazione: si diventava ministri in un amen, personaggi politici a furor di talk show, amministratori per grazia ricevuta. Troppa improvvisazione, troppa impreparazione: l’immagine contava più del lavoro, dei risultati.

Emiliano è stato magistrato, ma poi la sua avventura politica è iniziata dal basso: da quella Bari che ha saputo risollevare, da quella capacità di amalgama politico che ne sta facendo un uomo-laboratorio per il centrosinistra. Nel prossimo futuro, saranno gli Emiliano, i Chiamparino, le Serracchiani (anche i De Luca, se non l’azzopperanno subito) a proporsi nell’agone nazionale: di fianco, in sostituzione o contro Matteo Renzi, altro personaggio che ha fatto tutta la gavetta dalle delibere locali alla presidenza del Consiglio.

A destra, Luca Zaia ha fatto lo stesso percorso: dalla Provincia di Treviso alla poltrona di presidente regionale confermata a furor di popolo. I veneti hanno scelto lui a prescindere dal suo partito, la Lega (ha preso più voti la Lista Zaia che il Carroccio) e dalle loro convinzioni politiche «normali»: hanno scelto la sua esperienza e la sua concretezza, niente salti nel vuoto ché i tempi sono difficili e ci vuole gente che sappia ciò che fa.

Ma il successo di Zaia dà pure una prospettiva particolare al suo partito e all’intero centrodestra, molto più del successo ligure di Giovanni Toti, una grazia ricevuta dalle divisioni della sinistra locale. Matteo Salvini si sta ritagliando sempre più il ruolo che fu di Umberto Bossi, di leader carismatico che dà un orientamento, che conia le parole d’ordine, che costruisce la cornice politica. Poi il quadro lo riempiono gli amministratori locali, i Zaia che hanno ben governato il Veneto come i Flavio Tosi che stanno guidando Verona. Più spazio alle cose concrete; in soffitta le ampolle padane, le discendenze celtiche, il parossismo localistico: così la Lega Nord viene votata pure in Toscana e in Umbria da chi chiede buon governo locale più che secessioni e altre amenità. I pragmatici veneti non vogliono parolai o imbonitori, ma sanità che funziona e tasse sotto controllo. I pugliesi vogliono essere una soluzione per il Mezzogiorno, non uno dei tanti problemi.

A ben vedere, è quel che vuole la maggioranza degli italiani, soprattutto al Sud dove c’è tanto da cambiare e poco da sopportare ancora. Quindi ben vengano questi nuovi esemplari di una politica «territoriale» che col governo nazionale può anche litigare, ma sulle cose concrete, su progetti e fondi e non sulle «armi di distrazione di massa» che tanto interessano alla vecchia politica e poco invece ai sempre più disaffezionati elettori italiani.

Emiliano e Zaia hanno in più (in più di altri bravi presidenti regionali, e penso alla Toscana o alla Basilicata) il carisma dei leader: il pugliese ce l’ha da sempre, personalità forte e poco condizionabile che sa unire e coagulare. Il veneto, la leadership la sta scoprendo ora, dopo che «il suo popolo» (così ama citarlo) gliel’ha appuntata sul petto: può essere un punto di riferimento per la doverosa ricostruzione di un centrodestra assolutamente necessario per la democrazia italiana. E se non lui, chi a destra saprà ergersi sopra la propria esperienza di buon amministratore per trasferire questo bagaglio nel contesto nazionale?

Perciò ci sentiamo di dare un consiglio, al nuovo centrodestra in costruzione. Queste elezioni amministrative segnalano comunque altri due personaggi che sarebbe delittuoso perdersi per strada: lo sconfitto Stefano Caldoro in Campania, la cui esperienza amministrativa non va sprecata o dimenticata; e il quasi vincitore Claudio Ricci in Umbria, la cui azione politica va ben studiata a livello nazionale.

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