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Ripresa sì o no: cifre e sigle non garantiscono il futuro

Basta una tripla A assegnata da Fitch, o Standard & Poor’s, per uscire dalla crisi? Basta che cresca il Pil, anche se solo per meno di un punto percentuale all’anno? Cifre, sigle, voti dalle agenzie internazionali di rating: sono solo numeri e lettere, che in linguaggio economico si chiamano indicatori.

Indici borsa (Foto Sir)

Lo dice la parola stessa: indicano un andamento, un generale movimento in avanti o all’indietro. Per questo il premier Matteo Renzi fa il suo dovere, nel sottolineare il lato positivo della situazione: uno 0,9 in più, magari anche solo uno 0,7, è comunque qualcosa da non buttare via, in tempi come questi. Se dicesse il contrario, la barca affonderebbe in un attimo. Quindi non ce la sentiamo proprio di criticarlo, se tenta di seminare ottimismo. Il problema, semmai, è che i tempi sono quelli che sono, e temiamo che non basti una serie di indicatori  appena sorridenti per fare primavera. La gelata non è finita, purtroppo, e l’errore consiste nel ripetere le scelte sbagliate degli ultimi anni (una ventina almeno). Cioè ritenere che questi indicatori, come anche magari i dati Istat che registrano una fiammata nell’occupazione, siano il vero metro di misura dello stato dell’economia. Non lo sono.

La ripresina in corso è frutto del buon andamento dell’economia americana di sei mesi fa. Nel frattempo oltreatlantico le cose hanno ripreso a girare male. Probabile che tra qualche settimana ce ne accorgeremo anche noi. Quello che gli indicatori non ci diranno mai è lo stato dei fondamentali delle nostre economie: è a quelli che bisogna guardare. Ma la risposta qui non può che essere una: nella sostanza poco è cambiato, dal 2008 ad oggi. In particolare perché la risposta data alla crisi è stata di insistere su quelle politiche economiche che alla crisi hanno portato. La Lady di Ferro ha avuto in Tony Blair e Gerhard Schroeder i suoi migliori discepoli, ed ultimamente (non può essere ignorato il fatto) anche in qualcuno che conta parecchio in Italia.

A rendere la situazione attuale più leggera è stata la decisione della Bce, sostenuta da Mario Draghi, di varare il Quantitative Easing, l’immissione di denaro contante nell’economia europea per aiutare le banche a riattivare il credito. Se lo avesse fatto uno dei singoli paesi della zona dell’euro, sarebbe partita immediatamente una procedura d’inflazione su iniziativa di Schaeuble e di qualche oscuro commissario finlandese. L’ha fatto Draghi per tutti e dobbiamo essergli grati. Ma sia chiaro: se non di keynesismo si è trattato, allora è qualcosa che gli somiglia molto. È questo il vero punto verso cui orientare il cammino: una politica di espansione – anche a carico dello Stato – che permetta alla società di riprendere a respirare, partendo da quel ceto medio impoverito che rappresenta al tempo stesso la vittima delle politiche dei tagli e l’ossatura delle nostre economie come delle nostre democrazie.

Se in Italia il dibattito sulle percentuali della crescita è parecchio vivo sulla bontà di uno 0,2 % in più o in meno, nella virtuosa Europa del Nord  sta accadendo qualcosa di interessante. C’è un paese che sta perdendo posizioni su posizioni in termini di costo del lavoro e produttività. Un paese dove si rischia la prima ondata di scioperi dal 1991 ad oggi, dove salta la pace sociale ed il rigore non ha messo al riparo dalla recessione. È la Finlandia. Paul Krugman l’aveva previsto mesi fa sul New York Times, ma nessuno gli ha dato ascolto. Forse perché la Finlandia, nonostante tutti i suoi problemi, piace tanto alle agenzie internazionali di rating: ancora adesso ha una tripla A. Se continueremo a dare retta solo alle cifre ed alle sigle, il nostro futuro non sarà Bengodi. Sarà Helsinki.

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