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Scuola, la volta buona a patto che...

Il varo, da parte del governo, del disegno di legge sulla «Buona scuola», apre sicuramente, per il nostro sistema pubblico d’istruzione, una prospettiva di riforma ben più reale di quella, sbandierata come una «svolta epocale», del ministro Gelmini, che si riduceva, dietro la retorica, a un taglio delle risorse destinate a questo fondamentale settore.

Una classe scolastica

Si badi bene: solo una prospettiva, perché il vero volto della nuova scuola emergerà solo dalle conferme e dalle eventuali modifiche che il disegno avrà nel suo iter parlamentare per diventare legge. Tutto quello che si dice oggi è dunque ancora ipotetico. Ma alcune considerazioni si possono fare fin da ora.

La prima riguarda la tenace resistenza che il mondo della scuola oppone al cambiamento. A cominciare dagli studenti. In questi giorni la loro reazione è stata di scendere nelle piazze a protestare non per i punti effettivamente problematici della riforma, ma contro quello che ormai appare semplicemente un adeguarsi alla miglior tradizione dei paesi civili, vale a dire il sostegno dato alle scuole paritarie attraverso una detrazione fiscale (peraltro modesta) per le famiglie che scelgono di iscrivervi i propri figli.

È triste che una generazione di ragazzi,  che legge pochissimo i giornali e si occupa altrettanto poco di politica, sia però (o forse proprio per questo) così pronta a battersi leoninamente in nome della scuola pubblica, purtroppo continuando a confonderla con quella statale. Una sola idea, e, quella stessa, sbagliata!

Ma non meno strenua – e questa volta vincente – è stata la battaglia dei docenti e dei loro sindacati contro l’idea della carriera basata sul merito invece che sull’anzianità. A quanto pare i professori sono tutti bravi (preparati e impegnati) per definizione e ipotizzare che non sia così è già una prevaricazione inaccettabile. Così, rispetto al progetto iniziale, il disegno di legge del governo (già molto fumoso in partenza) segna una vistosa marcia indietro, mantenendo la progressione per anzianità e limitandosi a prevedere un bonus per i docenti che il dirigente reputerà migliori. Meccanismo inadeguato a rivalutare le profonde differenze di merito tra i docenti e per di più  estremamente problematico, sia per questi ultimi, perché dà al dirigente un potere che, in mancanza di criteri oggettivi, rischia di essere arbitrario, sia per i dirigenti, che, per lo stesso motivo, si troveranno in grave difficoltà per assegnare il premio all’uno invece che a un altro dei loro insegnanti senza suscitare malumori e proteste.

Pur con queste riserve, è onesto prendere atto del tentativo del governo di cambiare davvero la scuola. Quanto esso sia arduo lo dimostrano, oltre all’inversione di rotta sul merito, il ritardo e il ridimensionamento nei propositi di immissione in ruolo di tutti i precari, in modo da superare il sistema delle supplenze e soprattutto di ritornare alla logica dell’assunzione dei nuovi insegnanti, nel prossimo futuro, mediante concorsi. È l’unica speranza, per giovani di valore che vogliano dedicarsi all’insegnamento, di potervi accedere sulla base delle loro qualità e della loro preparazione, invece che iscrivendosi in interminabili graduatorie di precari, dove, ancora una volta, contava solo l’anzianità. Ma il disegno di legge rimanda la realizzazione di questo punto al prossimo settembre e lascia per di più incompleta l’operazione, escludendo 23.000 insegnanti di scuola dell’infanzia, gli abilitati iscritti alle graduatorie di istituto e gli idonei del concorso 2012.

Una innovazione «rivoluzionaria» è quella per cui il disegno di legge prevede che in futuro i dirigenti potranno scegliersi – tra quelli che sono stati assunti per legge o che sono vincitori di concorso, iscritti in appositi albi regionali e provinciali – i docenti che ritengono più adatti al loro progetto di istituto. Gli incarichi avranno durata triennale e saranno rinnovabili da parte del dirigente.

Insieme a quella relativa al bonus, questa misura è forse il passo più importante non solo per il rafforzamento del ruolo dei dirigente, ma anche per la valorizzazione dell’autonomia degli istituti. Un’autonomia che già da tanti anni esiste sulla carta, ma che di fatto ha finora dato magrissimi risultati, soprattutto sul piano culturale e didattico, anche per la impossibilità delle scuole di dotarsi di un personale il più possibile qualificato e idoneo a perseguire le finalità educative caratterizzanti il singolo istituto. Ora questo diventa possibile. Ma anche qui, non mancano le ombre. Da un lato alcuni denunciano l’eccessivo potere dato ai dirigenti e il rischio di un uso scorretto da parte loro. Dall’altro, si mette in evidenza che questa discrezionalità rischierà alla fine di dover fare i conti con una marea di ricorsi e di procedimenti giudiziari da parte degli esclusi, paralizzando, invece che snellendo, il sistema di assunzioni. In ogni caso, finisce l’era della sede fissa: l’insegnante può trovarsi, dopo tre anni, a dover andare in un altro istituto perché  non ritenuto più adatto al progetto educativo di quello in cui presta servizio.

In armonia con questa visione, volta a valorizzare (con i rischi che ne derivano) l’individualità del singolo docente, ognuno di essi potrà spendere 500 euro per anno per spese culturali, di approfondimento e formazione personale.

Non è che un primo commento, a caldo e tutt’altro che esaustivo. Ma serve a capire che  questa volta qualcosa potrebbe cambiare davvero e a fare un primo bilancio critico delle luci e delle ombre insite in questo cambiamento. I giochi, come dicevo, non sono ancora fatti. Spetta al parlamento, ma anche all’opinione pubblica, pronunziarsi. È importante, dunque, avere gli occhi aperti su ciò che sta accadendo. La nuova scuola sarà, come del resto la vecchia, quella che ci meriteremo di avere.

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