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Se il Papa sogna con realismo il ritorno a un’Europa della solidarietà

Il discorso tenuto dal Papa ai responsabili della politica europea in occasione del ricevimento del premio Carlo Magno è stato un duro atto d’accusa contro l’involuzione che l’Europa ha compiuto negli ultimi anni rispetto agli ideali e anche agli atti concreti dell’Europa delle origini ed anche di un passato non lontano.

Il discorso del Papa durante la cerimonia di consegna del premio Carlo Magno (Foto Sir)

«Europa, cosa ti è successo?». La domanda che si fa a chi si incontra all’improvviso sfigurato e minorato è stata usata da Papa Francesco per dimostrare con una frase fortemente icastica come è cambiata l’Europa dei nostri giorni rispetto alle sue origini e alla sua storia nella seconda metà del Novecento.

I primi anni della costruzione dell’unità europea sono densi di atti di grande solidarietà che legano fortemente i popoli del vecchio continente più dei principi e dei trattati. La comunità europea nasce dalla messa in comune, con la comunità economica del carbone e dell’acciaio, delle due materie prime essenziali dell’epoca che avevano reso ricco un paese rispetto ad un altro e erano state fra le cause delle due guerre mondiali per i ricchi giacimenti di coke e di ferro nelle regioni contese al confine franco-tedesco. Al tempo in cui ancora si credeva nell’energia nucleare come risorsa fondamentale del futuro anche l’uranio era stato messo in comune con l’Euratom.

Alla conferenza di Londra del 1953 alla Germania, che pure aveva scatenato la seconda guerra mondiale, i paesi europei cancellarono la metà di un debito che equivaleva al 300% del prodotto interno tedesco e che era quindi il doppio del debito della disgraziata Grecia a cui oggi non si vuole rimettere nemmeno un euro. Negli anni Novanta del secolo scorso la Germania di Kohl compì l’ultimo grande gesto di solidarietà che si ricordi stabilendo che il marco della Germania dell’Est che sul mercato veniva scambiato a dieci contro uno col il marco dell’Europa dell’Ovest valesse anch’esso un marco. Nell’operazione che impedì che in Germania ci fosse un Mezzogiorno ad Oriente, Kohl rimise 1.400 miliardi di marchi e il prezzo di questa generosità fu pagato da tutta l’Europa per la crescita generale dei tassi di interesse che questa unificazione non solo politica, ma anche economica, della Germania provocò. Si potrebbe anche aggiungere che, per aiutare l’unificazione tedesca, nei primi anni dell’euro fu concesso alla Germania, come del resto per altre ragioni alla Francia, di sforare ampiamente con il proprio deficit il famoso 3% a cui tutti oggi anche i paesi in cattive o cattivissime acque come l’Italia e la Grecia sono invece obbligati a stare anche molto al disotto.

E  per quanto riguarda il problema oggi cruciale dei profughi bisogna ricordare che negli anni Sessanta del secolo scorso la Germania aprì le porte a quelli che di lì a poco sarebbero diventati tre milioni di turchi con le loro famiglie. Nel 1979 l’Europa mandò addirittura le proprie navi, che si chiamavano Andrea Doria e Ile de Lumieres, a raccogliere a diecimila miglia di distanza nel Mar Cinese Meridionale 150mila profughi vietnamiti anche se non premevano alle nostre frontiere, né sbarcavano sulle nostre coste, ma rischiavano «solo» di morire in mare sulle loro barche di fortuna come si muore oggi nel Mediterraneo, senza che nessuna nave europea eccetto quelle italiane cerchi di salvare chi naufraga.

Al contrario la «solidarietà» dell’Europa di oggi sembra manifestarsi nel lasciare che ad occuparsi dei profughi, che vorrebbero andare soprattutto nei paesi dell’Europa del Nord dove c’è più benessere e più lavoro, siano i due paesi più carichi di debiti e di disoccupati dell’Unione, cioè l’Italia e la Grecia, mentre si cerca di venderne il resto, come se si trattasse di rifiuti tossici, alla Turchia che ha già un milione e mezzo di profughi al suo interno.

Fra il tempo di ieri e quello di oggi non solo il modo di camminare, ma perfino il volto dell’Europa è diventato sempre più stravolto. Il partito polare e il partito socialdemocratico che sono stati per cinquant’anni i due attori della politica europea perdono sempre più consensi rispetto a partiti xenofobi o addirittura razzisti. Alle ultime elezioni austriache i due partiti europei tradizionali, pur formando il governo in carica, hanno raccolto insieme appena il 23% dei voti. E anche i partiti popolari e socialisti che sopravvivono hanno perso gran parte dei loro connotati rispetto al loro passato e alle loro origini. Il partito popolare che ormai si identifica con i cristiano democratici tedeschi non sembra più avere altra ideologia che quella del libero mercato. Persino nella cattolica Polonia un mito vivente come Lech Walesa, insieme a due altri ex presidenti del consiglio provenienti da Solidarnosc (la solidarietà in nome della quale fu sconfitto anche il comunismo) ha lanciato l’allarme contro «le dichiarazioni antieuropee e xenofobe» dell’attuale governo. Ma anche la sinistra sembra ormai aver dimenticato il senso della solidarietà che in passato altro non era se non un eufemismo appena più leggero della parola socialismo. In Francia il governo del socialista Hollande ricaccia in Italia i migranti a Ventimiglia e li rinchiude in un campo a Calais perché non passino in Inghilterra.

In Austria il governo del cancelliere socialdemocratico Werner Faymaun vuole costruire il famoso muro al Brennero dopo averne costruito uno di fatto ai confini con l’Ungheria. In Slovacchia il premier socialdemocratico Robert Fico schiera i suoi poliziotti perché rendano ermetico il confine con la Macedonia. Il premier socialdemocratico della Repubblica ceca Bohuslav Sobotka si rifiuta di accogliere la quota di migranti stabilita dall’Unione Europea. Persino in Svezia, finora l’oasi europea più generosa in fatto di accoglienza, il capo di governo socialdemocratico Stefan Lofven ha annunciato che il paese intende mettere fine alla sua lunga tradizione umanitaria sul diritto di asilo.

Il discorso del Papa nella sala regia del Vaticano davanti ai responsabili della politica europea è stato commentato con grandi omaggi fra cui non pochi puramente formali e con considerazioni più o meno sottintese sulla sua bellezza insieme alla sua irrealtà. «Il Papa fa il suo mestiere» ha scritto un grande giornale italiano. Come dire: si deve sentire, ma non necessariamente ascoltare. Eppure è proprio questa Europa di oggi descritta dal Papa che rischia non solo di fallire, ma anche di crollare sotto colpi sempre più duri. Il 3 dicembre scorso un referendum in Danimarca ha detto no alla cooperazione delle polizie fra i paesi dell’Unione. Il 6 aprile di quest’anno un referendum in Olanda ha detto no alla associazione dell’Ucraina all’Europa. Fra sessanta giorni l’Inghilterra forse dirà sì all’uscita dall’Unione Europea. Per la prossima estate il premier ungherese Victor Urban ha già promesso un referendum per dire no alle quote sui migranti.

Pochi giorni prima il discorso del Papa «Le Monde» se ne è uscito con un grande titolo in prima pagina: «L’Europa è mortale?» E all’interno Bernard-Henry Levy dava la risposta più pessimista: «L’Europa è già morta più volte. Essa può morire di nuovo se si continua ad essere degli Europei opportunisti, se si crede che essa non ha che da lasciarsi trascinare dalla storia per esistere. Nulla è scolpito sul marmo per sempre». E se questa è l’analisi di un «realista» ciò sta a significare che ci sono dei momenti in cui i grandi «utopisti», quelli che come Luther King e il Papa dicono «io sogno», sono i veri «realisti».

Se il Papa sogna con realismo il ritorno a un’Europa della solidarietà
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