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Se il nuovo umanesimo passa anche da don Camillo

Un Papa che parla alla Chiesa italiana citando i popolari personaggi di don Camillo e Peppone nati dalla fantasia di Giovannino Guareschi potrebbe avere del clamoroso. Ma se quel Papa risponde al nome di Francesco, stenta persino a fare notizia, per il solo fatto che rientra nel suo stile abituale.

Papa francesco con il cardinale Betori in piazza Ss, Annunziata (Foto Sir)

Quello stile che lo ha portato a salutare i fedeli riuniti in Piazza del Duomo a Prato con un semplice «Buongiorno», facendo tornare alla mente il «Buonasera» dell’elezione. Francesco è immediato, va dritto al cuore delle questioni: definisce cancro la corruzione, veleno l’illegalità, parla di lavoro non degno, di sfruttamento. Invita a fare patti di prossimità per favorire la convivenza e l’integrazione. Chiede alla Chiesa di camminare per i sentieri accidentati di oggi, di accompagnare chi ha smarrito la via, di essere libera e aperta alle sfide del presente, mai in difensiva per timore di perdere qualcosa. Occorre rischiare. Non c’è fede senza rischio. Il Papa chiede di piantare tende di speranza, dove accogliere chi è ferito e non attende più nulla dalla vita. Chiede di non aver paura del dialogo, anzi: è proprio il confronto e la critica che ci aiuta a preservare la teologia dal trasformarsi in ideologia.

Invita soprattutto i giovani a impegnarsi in politica. I credenti sono cittadini e sono chiamati alla costruzione della società comune, guardando soprattutto ai poveri, alle ormai famose periferie esistenziali. Mette in guardia da ogni surrogato di potere, d’immagine e di denaro. Il Papa vuole una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Non sembri irriverente, ma Francesco vuole proprio la Chiesa di don Camillo, del povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, ne conosce i dolori e le gioie, soffre e sa ridere con loro. Vicinanza alla gente e preghiera sono la chiave per vivere un umanesimo cristiano popolare, umile, generoso, lieto. Il popolo cattolico lo applaude. I delegati dalle diocesi italiane si riconoscono in lui. I pratesi, i fiorentini, i toscani hanno risposto alla grande, in modo superiore persino alle più ottimistiche previsioni. Ali di folla hanno fatto da cornice al passaggio del Papa a Prato come a Firenze. Nella piazza della cattedrale pratese come allo stadio fiorentino si sono vissuti momenti di grande emozione, palpabile, da brividi.

La strada è dunque tracciata. Le famose cinque vie in preparazione al Convegno ecclesiale nazionale si riassumono in una, quella indicata ai vescovi, che il Papa vuole felici di essere sostenuti dal loro popolo: «Come pastori siate non predicatori di complesse dottrine, ma annunciatori di Cristo, morto e risorto per noi». La sintesi è presto fatta: «In Gesù Cristo il nuovo umanesimo». Una sintesi che anche quell’arte di cui Firenze è la culla ha saputo magistralmente raffigurare nella volta interna della Cupola di Santa Maria del Fiore con quell’«Ecce Homo» indicato dal Papa e dal cardinale Giuseppe Betori.

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