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Sentenza sull’Ici, retrogusto ideologico

Non dovremmo essere più lungimiranti e soprattutto accogliere il principio di realtà che contraddice ogni fumisteria? E nel caso specifico, riconoscere definitivamente il ruolo «pubblico» delle scuole paritarie anche sotto il profilo dell’esenzione dalla tassazione locale? Il Governo si muove per un chiarimento normativo.

Parole chiave: Ici (61), Scuole paritarie (135)
Una scuola materna

La sentenza della Corte di Cassazione che ha inflitto il pagamento dell’Ici arretrata ad alcuni istituti scolastici parificati in favore del Comune di Livorno (leggi qui) è oggettivamente, comunque la si guardi, una spallata alla libertà di educazione. Il retrogusto della sentenza è ideologico e non sorprendono gli applausi che vengono dai settori più ideologizzati sia della società sia del Parlamento. Applausi dietro i quali si intravedono, purtroppo, pregiudizi coltivati negli anni, nel tentativo di affermare un principio assoluto di laicità dello Stato che facilmente sconfina nell’arbitrio del più forte. Non è un caso, infatti, che la scuola pubblica paritaria continui a svolgere il proprio ruolo di servizio al Paese senza alzare mai la voce, senza rincorrere comportamenti estremistici, ripianando con grandi sacrifici le perdite economiche.

È del tutto evidente, e non possono non saperlo tutti i soggetti coinvolti, che se la scuola pubblica paritaria dovesse far fronte anche all’Ici o all’Imu, avrebbe poche alternative: chiudere i battenti o innalzare all’inverosimile le rette. Così facendo, taglierebbe fuori la maggior parte delle famiglie che mandano i propri figli in quelle scuole, soprattutto quelle dell’infanzia, e che statistiche alla mano appartengono al ceto medio basso. Altro che scuole per ricchi!

«Siamo davanti a una sentenza pericolosa - ha affermato monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei -. Chi prende decisioni, lo faccia con meno ideologia. Perché ho la netta sensazione che con questo modo di pensare, si aspetti l’applauso di qualche parte ideologizzata. Il fatto è che non ci si sta rendendo conto del servizio che svolgono le scuole pubbliche paritarie». Ecco, il punto è proprio questo: la mancanza di conoscenza e coscienza (diffuse) del ruolo svolto dalle scuole pubbliche paritarie. «Ci sono un milione e 300mila studenti nelle scuole paritarie», ha ricordato il segretario generale della Cei: «Bisogna anche sapere che a fronte dei 520 milioni che ricevono le scuole paritarie, lo Stato risparmia 6 miliardi e mezzo. Attenzione, dunque, a non farsi mettere il prosciutto sugli occhi dall’ideologia».

Dinanzi a queste cifre non si è sollevata nessuna voce a smentirle. Dunque, la realtà è questa. Anzi, la stampa laica ha dovuto precisare che il costo per alunno nella scuola pubblica statale è di 6.500 euro, mentre alla scuola paritaria vanno solo 500 euro. Una differenza abissale che non è compensata neppure dalle rette pagate dalle famiglie (si aggirano sui 2.500/3.000 euro all’anno). In sintesi, il sistema della scuola pubblica paritaria costa meno e garantisce lo stesso servizio richiesto a quella statale.

Ce ne sarebbe abbastanza per fare scelte coraggiose e chiudere per sempre un contenzioso oggettivamente anacronistico. Il solo parlare delle scuole paritarie pubbliche come «commerciali» in quanto i genitori pagano una retta che a malapena copre una parte delle spese generali, è in sé un controsenso. Non dovremmo essere più lungimiranti e soprattutto accogliere il principio di realtà che contraddice ogni fumisteria ideologica? E nel caso specifico, riconoscere definitivamente il ruolo «pubblico» delle scuole paritarie anche sotto il profilo dell’esenzione dalla tassazione locale?

Le indicazioni pervenute da alcuni rappresentanti del Governo mostrano consapevolezza e attenzione: «Avvieremo un tavolo di confronto con gli enti no profit per arrivare a un definitivo chiarimento normativo». Giusto. È meglio che le decisioni essenziali per la vita pubblica vengano da un Parlamento democraticamente eletto e da un Governo nel pieno delle proprie prerogative, piuttosto che da un magistrato pur autorevolissimo. È una questione di democrazia e di rispetto della vita reale.

Allegato: Cass. 14225.2015.pdf (254,85 kB)
Fonte: Sir
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