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La crisi economica è ormai anche crisi sociale e politica

Senza il lavoro va in pezzi anche l’Unione

Ormai è chiaro che le sole politiche di austerità non sono la soluzione, ma costituiscono esse stesse il problema. O i paesi dell’eurozona riescono a risolvere il problema della crescita o anche la costruzione politica dello spazio e della integrazione della moneta unica è destinata a bloccarsi se non a disfarsi.

Percorsi: Crisi - Lavoro - Unione Europea
Parole chiave: disoccupazione (31)
Eu (Foto Sir)

La crisi sociale in Italia e anche in Europa è sempre più drammatica. La disoccupazione, in particolare la disoccupazione giovanile, è ormai il problema che tutti riconoscono come la prima emergenza da affrontare. E tuttavia, finché rimangono quelli che sono oggi i vincoli di bilancio imposti dall’Europa nei paesi che hanno la moneta unica, è impossibile trovare risorse per dare occupazione almeno ad una parte di coloro che l’hanno già persa e di coloro che la stanno perdendo con le aziende che continuano a chiudere.

Il nostro governo, rientrando finalmente dentro il parametro del deficit pubblico non superiore al tre per cento del prodotto nazionale lordo, dovrebbe avere a disposizione circa 12 miliardi da spendere. Ma solo a partire dall’anno prossimo. D’altro lato il contributo dell’Europa alla lotta contro la disoccupazione finora è quasi risibile. Il Consiglio Europeo dello scorso febbraio ha messo a disposizione della lotta alla disoccupazione sei miliardi da spendere nei prossimi sei anni sempre a partire dall’anno prossimo. Ma, poiché nella sola zona euro i disoccupati sono ormai 19 milioni, di cui 3,6 milioni di giovani sotto i venticinque anni, ciò significa che l’Europa ha intenzione di aiutare i disoccupati dando a ciascuno di essi 52 euro all’anno dal 2014 al 2020.

Se si vuole fare sul serio, a cominciare dal vertice europeo dei capi di governo previsto per la fine di questo mese a Bruxelles e che dovrebbe concentrarsi sul tema della disoccupazione, dovranno essere scelte medicine che non siano solo aspirine, anche se la Merkel, che deve affrontare a settembre le elezioni politiche, tenderà a guardare più a ciò che vogliono i tedeschi che a ciò che vogliono gli europei. Ma senza una ripresa della crescita e una iniezione di fiducia nel futuro della zona euro la crisi dell’Europa è destinata ad aggravarsi da tutti i lati. Ormai è chiaro che le sole politiche di austerità non sono la soluzione, ma costituiscono esse stesse il problema trasformando un dramma economico in un dramma sociale con il loro corollario di fallimenti e di licenziamenti a cascata.

Dal 2011 al 2013 con la austerità richiesta da Bruxelles in Italia la disoccupazione è cresciuta dall’8 al 12 per cento. Anche in Portogallo, che è stato sottoposto alla stessa nostra cura drastica di tagli e di tasse, la disoccupazione negli ultimi due anni è passata dal 13 al 17 per cento. L’austerità da sola non è in grado nemmeno di porre riparo a quello che sembrerebbe il male che dovrebbe curare per primo e cioè il debito pubblico. Già l’aumento della disoccupazione fa aumentare anche il debito dello stato perché trasforma dei lavoratori che pagano le tasse in disoccupati a cui si deve pagare la cassa integrazione o indennità simili. D’ altra parte se l’aumento delle tasse fa crescere le entrate pubbliche, la diminuzione del reddito nazionale di un paese entrato in recessione le fa diminuire in proporzione maggiore. Così nello stesso lasso di tempo degli ultimi due anni e in virtù della cosiddetta politica di austerità il debito dell’Italia, anziché diminuire, è cresciuto dal 120 per cento al 127 per cento del reddito nazionale e, sempre per fare il confronto con l’altra politica gemella alla nostra, quello del Portogallo è balzato dal 108 al 123 per cento.

E la crisi economica, con la recessione o con economie che in pratica non crescono, ormai non riguarda solo i pochi paesi del sud considerati i soliti indisciplinati. Chi ricorda più l’Europa di cinquanta anni fa quando cresceva al 5 per cento all’anno o anche quella di trenta anni fa quando in genere si poteva crescere al 3 per cento? Ormai quasi metà dei diciassette paesi della zona euro sono in recessione e il loro reddito anziché crescere diminuisce. Diventano quest’anno più poveri non solo i tanto bistrattati paesi come Cipro, Grecia, Slovenia, Portogallo, Spagna, Italia ma anche paesi come la Francia e i Paesi Bassi. La stessa Germania sfiora sempre più la crescita zero. E anche tutti quei paesi che non precipitano nella recessione non crescono di più dell’uno per cento con la sola eccezione di due paesi minori come l’Estonia e Malta.

Con una economia in picchiata o con i meno sfortunati che crescono di un centimetro all’anno anche i vecchi parametri di Maastricht diventano sempre più cappi in cui non si riesce a stare dentro. Ormai solo sei paesi (Germania, Estonia, Lussemburgo, Finlandia, Austria e Italia) riescono a mantenersi dentro quel deficit di bilancio annuale che non dovrebbe superare il tre per cento del PIL. Tutti gli altri strappano più o meno ampiamente questo guinzaglio con le punte estreme della Grecia e di Cipro che spendono ancora il dieci per cento di più di quello che incassano.

E la crisi economica non solo è diventata sempre più crisi sociale, ma minaccia di diventare anche crisi politica dell’Europa. O i paesi dell’eurozona riescono a risolvere il problema della crescita o anche la costruzione politica dello spazio e della integrazione della moneta unica è destinata a bloccarsi se non a disfarsi.

Dieci anni fa per entrare nell’euro c’era un affollamento così grande che i paesi fondatori dovevano fare i vigili per disperdere con i più vari motivi o pretesti la lunga fila di coloro che volevano buttare via la loro moneta e riempirsi le tasche con la moneta unica. Oggi chi ancora è fuori della zona euro non ha più nessuna fretta di entrarci e preferisce prendersi tanto tempo per pensarci su. La Lettonia è l’unico paese che chiede di entrare nell’euro fin dall’anno prossimo. Ma la Polonia, prima di entrarci eventualmente fra due anni, ha deciso di indire un referendum fra una popolazione che sembra abbastanza riluttante.

Milos Zeman, il capo del governo della Repubblica Ceca  ora diventato capo dello stato, la prende ancora con più calma e ha fatto sapere che il suo paese non ha nessuna voglia di entrare nell’euro almeno nei prossimi cinque anni. Anche il premier ungherese Viktor Orban ha dichiarato che prima del 2018 non si pone il problema di una ipotetica adesione dei magiari all’euro. La Bulgaria non mostra per il momento nessuna voglia di entrare nella zona euro né oggi né domani come del resto la Svezia che dieci anni fa rifiutò con un referendum di aderire all’euro.

Così l’Europa politica è destinata ad essere sempre più bersaglio delle forze di euroscettici che, seppure con idee e propositi confusi e demagogici, spuntano e crescono quasi dovunque. In Italia, come è noto, Beppe Grillo ha nel suo programma un referendum sull’euro e lo stesso Berlusconi un giorno sì e un giorno no si domanda se conviene o no rimanere nell’euro senza chiedersi troppo che succede in caso di risposta negativa. Ma anche in Gran Bretagna il movimento di Nigel Farage, che vuole uscire addirittura dall’Unione Europea, ha raggiunto il record del 23 per cento dei voti alle elezioni locali del mese scorso. In Grecia la sinistra radicale (Syriza) di Alexis Tsipras, che si oppone alla austerità di Bruxelles, è data nei sondaggi degli ultimi mesi come il primo partito greco avanti perfino al partito di Nuova Democrazia che oggi governa, mentre il partito Piano B di Alekos Alavanos, nato da una scissione di Syriza, chiede l’abbandono dell’euro e il ritorno alla dracma.

In Polonia i sondaggi danno ormai in minoranza il partito al potere di Donald Tusk, che ha condotto una politica di austerità simile a quella che è stata condotta in Italia negli ultimi due anni, e danno vincente il partito Diritto e Giustizia dell’euroscettico Jaroslaw Kaczynski. In Ungheria gli euroscettici sono già al potere con il partito Fidesz (Movimento per l’Ungheria Migliore) di Viktor Orban che ha fatto irritare la Merkel paragonando la sua politica a quella del Terzo Reich, mentre Jobbik (Unione Civica Ungherese), il partito di estrema destra che alle ultime elezioni ha ottenuto il 16 per cento dei voti, chiede l’uscita del paese dall’Unione Europea. Persino nei paesi che appaiono più favoriti dall’euro e più al riparo dalla crisi economica fanno capolino ormai gli euroscettici.

In Germania il partito di Alternanza per la Germania, nato da una costola della Cdu e che secondo i sondaggi potrebbe essere votato da un tedesco su quattro, chiede l’uscita dalla moneta unica. In Austria il Team Stronach, il partito fondato dal miliardario Frank Stronach che ha un seguito del 10 per cento fra gli elettori, propone di fare tanti euro diversi a seconda delle diverse economie dei vari paesi.

In questo clima per invertire la rotta l’Europa ha tempo fino all’anno prossimo. Altrimenti alle elezioni europee del 2014 vinceranno coloro che non andranno a votare se non coloro che sono contro l’Europa.

Senza il lavoro va in pezzi anche l’Unione
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