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Siria sempre più isolata, ma la pace è ancora lontana

Sarà già un successo se si riesce a trattenere le due delegazioni nella stessa sala per dieci giorni». Questo  è stato il pronostico della vigilia di Lokdar Brahimi, il delegato dell’Onu e della Lega araba, per la conferenza di Montreux (Svizzera) che si è aperta in questi giorni e che dovrebbe trovare un accordo fra il regime siriano e i suoi oppositori interni per porre fine ad un massacro che in Siria proprio in questi giorni compie tre anni.

Profughi siriani (Foto Sir)

Per ora si è riusciti a cacciare le due delegazioni dentro una stessa stanza anche se solo per sentirle insultarsi a vicenda. Per il resto non sappiamo se e quanto  ci resteranno. Per evitare i nodi politici che potrebbero portare ad una immediata rottura si è preferito deviare la discussione sulle questioni umanitarie come lo sfollamento di donne e bambini dalla città di Homs e un possibile scambio di prigionieri. In realtà, nonostante che nel frattempo la guerra in Siria abbia raggiunto il tragico bilancio di 130mila morti e di due milioni e mezzo di rifugiati, le speranze per una soluzione a breve del conflitto sembrano oggi essere ancora minori di quelle della conferenza di Ginevra che si tenne nel giugno dell’anno scorso.

A quell’appuntamento il regime siriano era assente e parlava, per così dire, per bocca del delegato russo e del delegato cinese. Tuttavia alla fine, seppure a denti stretti, si era raggiunto un consenso di massima su un governo di transizione che doveva andare oltre il potere di Assad. Oggi invece i delegati del regime siriano presenti alla conferenza sostengono a spada tratta Assad che ha tutte le intenzioni di ripresentarsi addirittura alle elezioni del prossimo giugno e liquidano la ribellione interna semplicemente come un fenomeno terroristico frutto addirittura di una aggressione internazionale. L’unico progresso che appare rispetto all’anno scorso è semmai l’isolamento internazione di Assad sulle cui dimissioni sembra che siano d’accordo ora anche Russia e Cina e perfino il ministro degli esteri dell’Iran Mohammed Javad Zarif che, almeno in un colloquio telefonico prima che il suo paese fosse escluso dalla conferenza, si sarebbe pronunciato a favore di un governo di transizione.

Anche se raccoglie circa 40 stati la conferenza appare comunque piuttosto fragile anche per quanto riguarda la rappresentanza della opposizione siriana.
I gruppi facenti capo ad Al Qaeda naturalmente non sono stati invitati ma anche solo meno della metà del raggruppamento dei ribelli che aderiscono al Consiglio nazionale siriano ha dato la sua adesione alla conferenza. La conferenza è stata resa inoltre ancora più incandescente già al suo inizio dalla quasi contemporanea pubblicazione di dossier sui crimini di guerra compiuti da Assad, ma, e non è un mero gioco di parole, anche dall’altra parte almeno in parte.

Dopo i bombardamento delle popolazioni civili, dopo il gas che nell’agosto scorso ha provocato alla periferia di Damasco milletrecento vittime, ora un rapporto redatto da persone autorevoli come ex-procuratori di corti penali internazionale e già diffuso dalla CNN e dal The Guardian fornisce le prove di almeno undicimila casi di persone torturate nelle prigioni del regime con decine di migliaia di fotografie di corpi segnati con lacerazioni, mutilazioni, bruciature, tracce di strangolamento. Dall’altro lato accanto ai ribelli della prima ora ormai sono sempre più numerosi i gruppi che fanno capo ad Al Qaeda convinti di combattere per un califfato che si estenda dall’Eufrate al Mediterraneo. Questi estremisti decapitano i prigionieri di religione alauita, compiono attentati contro i civili con autobombe, saccheggiano le chiese, rapiscono i giornalisti, passano per le armi che intende abbandonare la lotta.

Per tanti motivi la guerra in Siria sembra insomma complicarsi  anziché tendere a risolversi. Dall’inizio di questo mese si è aggiunta una guerra nella guerra con gli scontri aperti fra i ribelli della Coalizione nazionale siriana e i gruppi che fanno riferimento ad Al Qaeda a Aleppo, a Rakka e a Hama. La guerra civile in Siria è ormai di fatto anche un grande conflitto internazionale, una sorta di guerra di Spagna in salsa mediorientale con i suoi stati sostenitori all’esterno e le sue «brigate internazionali». A fianco del regime di Assad almeno fino ad ora c’è stato l’Iran e per combattere a suo fianco giungono a migliaia i pasdaran dall’Iran,gli Hezbollah dal Libano e gli sciiti dall’Iraq. A fianco dei ribelli con aiuti che ora sono santuari, ora finanziamenti, ora anche armi, ci sono la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar.

E per andare a combattere in Siria nei gruppi di Al Qaeda giungono volontari da ogni parte del mondo. Ancora dal Libano, dall’Iran, dall’Iraq seppure per combattere sul fronte opposto. E poi dai paesi del Golfo, dallo Yemen, dall’Egitto, dal Maghreb . E infine dalla Gran Bretagna, dal Belgio, dalla Francia (da questo solo paese sono partiti 250 ragazzi di cui un terzo francesi convertiti fra cui due quindicenni di cui uno è certo che si e fatto saltare in aria).

Nelle dimensioni che ormai ha assunto la guerra in Siria è frutto di ciò che accade in Siria, ma anche di ciò che è accaduto e accade nel mondo. È conseguenza dell’indebolimento degli stati vicini a cominciare dall’Iraq, della  erosione delle frontiere, dalla globalizzazione della società e dal fallimento delle integrazioni all’interno degli stati, del grande conflitto fra sunniti e sciiti che ormai attraversa tutto il mondo arabo e decide della guerra e della pace nel mondo islamico così come il conflitto fra cattolici e protestanti decideva della pace e della guerra in Europa quattro secoli fa.

Sono questi tutti motivi che chiamano in causa l’economia, la cultura, la religione. Compito della politica è prendere almeno coscienza di questa realtà globale mentre si cerca di premere sul regime siriano soprattutto con l’isolamento internazionale. Ma a questo punto nessuno si fa troppe illusioni. Il segretario di stato americano John Kerry ha detto che le trattative anche se riusciranno saranno lunghe e, per dare un tempo, ha aggiunto «Pensate al Vietnam» Per chi non se lo ricordasse le trattative sul Vietnam a Parigi durarono cinque anni.

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