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Solo sapendo cosa succede in Siria si può capire l’esodo dei profughi

La guerra in Siria dura ormai da quattro anni. Quanto durò la prima guerra mondiale. Ha fatto 250 mila morti. Quattro milioni di profughi sono fuggiti dal Paese. Otto milioni di sfollati hanno dovuto abbandonare le loro case pur senza varcare la frontiera.

Combattenti dell'Isis (Foto Sir)

Come tutte le guerre civili allo stadio terminale la guerra in Siria non ha un fronte, ma è diffusa come una metastasi sempre più invasiva a macchie di leopardo in tutto il paese. Così cinque milioni di siriani vivono in zona di guerra. Cioè senza acqua, senza l’elettricità, senza assistenza sanitaria. Con il terrore di essere uccisi dagli elicotteri del governo che scaricano sulle zone in mano ai ribelli barili di tritolo o di finire schiavizzati o decapitati dall’Isis. È quasi ovvio che anche questi siriani incastrati fra un proiettile e un altro appena potranno cammineranno finché avranno fiato per cercare un paese diverso con qualsiasi lingua che non sia quella dei fucili.

Se questa guerra purtroppo ancora non ha trovato una fine, tuttavia non ha più nemmeno lo scenario di quattro anni fa. Le forze governative hanno perduto ormai gran parte del Paese. Il governo di Assad controlla oggi forse appena un terzo (qualcuno dice addirittura un quarto) della Siria. L’esercito lealista che all’inizio poteva contare su 300 mila uomini è oggi ridotto a meno della metà dalle perdite e dalle diserzioni e praticamente non è più capace di arruolamento tanto che non pochi profughi sono tali per non essere nuove reclute. Di fatto oggi Assad compensa questa emorragia di combattenti solo con i forse settemila iraniani e altrettanti hezbollah libanesi che combattono in Siria a tenere in piedi un regime sempre più traballante.

Nel frattempo anche il fronte dei ribelli ha cambiato in gran parte volto. Ormai i ribelli «democratici» che nel 2011 diedero inizio alla «primavera» siriana e che oggi continuano a combattere nell’Esercito Siriano Libero controllano solo alcune zone intorno ad Aleppo e poche aree settentrionali nel nord del paese e sono ridotti ad appena un terzo degli oppositori di Assad. Il resto è costituito dai combattenti estremisti dell’Isis, di As-Nusra e di Al Qaida più o meno tutti aderenti al «Califfato». Nel tempo c’è stato anche un notevole passaggio di combattenti moderati nelle file degli estremisti. Qualche volta i primi si sono addirittura confusi con i secondi. Se nella battaglia della primavera scorsa per conquistare la città di Deraa nel sud del paese i moderati hanno combattuto da soli, nell’assedio della città di Idlib, nell’aprile scorso, i moderati hanno combattuto invece a fianco dei miliziani di As-Nusra. D’altra parte anche la battaglia condotta dai droni americani contro l’Isis, in alternativa ad un intervento di terra che nessuno nel mondo occidentale per ora vuole, sembra provocare più vantaggi che danni ai sostenitori del califfato. Come ha denunciato l’avvocato inglese Ben Emmerson nel suo rapporto all’Onu le incursioni dei droni, provocando anche vittime civili, aumentano il sostegno della popolazione all’Isis anziché indebolirlo.

Insomma tutto lascia credere che allo stato attuale, dopo l’eventuale uscita di scena di Assad, in Siria ci sarebbe il trionfo dell’Isis o, nell’ipotesi per così dire meno pessimistica, il caos della Libia. In sostanza in Siria, come anche nelle altre cosiddette primavere arabe, non c’è più una lotta fra dittatura e democrazia, ma fra due tirannie. E, poiché nella scelta fra la peste e il colera molti hanno già deciso che l’Isis è peggiore di Assad e diventa quindi il nemico principale, sulla base del principio che «il nemico del mio nemico è mio amico» c’è chi già, a cominciare dalla Russia, ha già deciso che bisogna fare vincere Assad per non fare vincere l’Isis.

La Russia, che ora sembra intervenire anche militarmente a favore di Assad, cerca di salvare oltre ad un’antichissima alleanza anche i suoi interessi strategici legati al possesso del porto siriano di Tartus che è la sua porta per entrare nel Mediterraneo, mentre si prova ad esorcizzare la sua grande paura per la diffusione dell’Isis fra le decine di milioni di musulmani che già si agitano dentro i suoi confini. D’altra parte nel mondo occidentale si rimane paralizzati nell’equilibrismo attualmente quasi impossibile di volere combattere l’Isis (per la verità finora molto platonicamente) senza apparire come alleati di fatto di Assad. E tuttavia mille ragioni, dai profughi che invadono l’Europa alla destabilizzazione di tutto il Medio Oriente e addirittura alla possibilità di un conflitto russo americano, spingono verso una soluzione diplomatica, difficile certamente, ma non impossibile, per preparare una successione che non sia anche una degenerazione.

Di fronte alla impasse attuale già nella primavera scorsa qualcosa è cambiato nel fronte anti-Assad. A fine marzo John Kerry, il segretario di stato americano, ha detto alla Cbs che gli Usa non ritengono più pregiudiziale il ritiro di Assad dal potere prima di iniziare negoziati anche se questi ultimi devono puntare alla sua sostituzione. Quasi contemporaneamente Khaled Khoja, il rappresentante dell’opposizione siriana moderata, ha ripetuto le stesse cose. Data la attuale debolezza di Assad il presidente siriano non potrebbe sopravvivere se una pressione per una sua sostituzione venisse anche dai suoi principali puntelli che lo tengono ancora in piedi e che sono la Russia e l’Iran. Insomma uno sforzo per la pace in Siria può essere fatto solo con un grande intesa internazionale, di cui il recente accordo sul nucleare iraniano può costituire la base oltre che l’esempio. Si tratta da un lato di andare oltre gli schieramenti della guerra fredda e le alleanze che risalgono a quell’epoca e dall’altro di rompere la vecchia e arbitraria classificazione degli «stati canaglia» per cui l’Arabia Saudita e la Turchia, che di fatto aiutano l’Isis, rimangono nostri alleati e l’Iran che lo combatte sarebbe nostro nemico.

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