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Stati Uniti, bene che vada vince il meno peggio

Non sono davvero un bello spettacolo queste elezioni americane edizione 2016. Se si trattasse di un match sportivo verrebbe voglia di chiedere indietro i soldi del biglietto. Fra attacchi personali, campagne scandalistiche, promesse demagogiche, genericità all’acqua di rose, la politica, quella vera e seria, ammesso che ci sia, va cercata con il microscopio elettronico.

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TRump e Clinton

Ad abbassare il livello dello scontro ad un gradino su cui non sembra che la storia politica americana sia mai scesa è bastato naturalmente l’ingresso in campo di Donald Trump. Le sue bravate sessiste, la sua xenofobia più o meno mascherata e poi il muro contro gli immigrati da creare al confine con il Messico, l’ingresso negli Stati Uniti vietato ai musulmani, la chiusura di internet per combattere l’Isis, la teoria che la Terra si sta congelando anziché riscaldando, la volontà di far pagare la Nato agli europei, cioè tutta una serie di proposte impossibili, prima ancora che improponibili, basta da sola a screditare un uomo ormai rinnegato anche da buona parte del suo partito.

Per battere un avversario simile non c’è bisogno purtroppo di essere bravi e la Clinton, che con tutta probabilità alla fine lo batterà, proprio brava non è, se con questo termine si intende una persona che, oltre l’ambizione di entrare alla Casa Bianca, ha anche l’ambizione di cambiare il proprio paese. Anzi fra i due, se Trump è il disastroso elefante nella cristalleria, Clinton è la padrona di casa che non toglierà nemmeno la polvere dai bicchieri in una linea sostanzialmente conservatrice e liberista che è iniziata con la presidenza di suo marito e che in fondo il partito democratico non ha mai cambiato. E, se alla fine vincerà la meno peggio, è anche vero che bisogna essere ormai intossicati da tanta rassegnazione e perfino disperazione per convincersi che il meno peggio è anche il meglio, il meglio per l’America di oggi e per il mondo e le tragedie dei nostri giorni. E se la politica americana è scesa in fondo così in basso, bisogna chiedersi perché si è giunti, al di la dei personaggi che la agitano, ad una politica incapace di offrire grandi progetti, di riscaldare il cuore della gente, di dare una risposta vera ai grandi problemi del nostro tempo, di tornare a fare sperare la gente in un futuro almeno meno oscuro se non radioso. Purtroppo la democrazia americana è sempre meno un posto dove contano le idee e valgono sempre più il denaro,le parentele, le frequentazioni, le adozioni da parte del mondo della finanza e dei media.

Certo, le presidenziali americane non sono mai state un concorso riservato a guardiani di vacche alias cow boy. Sono state una gara per gloriosi ricchi fin dai tempi di George Washington e di Thomas Jefferson che certo non se la passavano male con migliaia di ettari di terra e centinaia di schiavi. Ma oggi si sta esagerando soprattutto per colpa del sistema delle primarie dove per vincere bisogna gettare più che proposte milioni e milioni di dollari e dove, anche per vincere la volata finale a due, la forza del denaro, la potenza delle lobby, l’affiliazione alle caste dei poteri forti sta prendendo sempre più importanza rispetto al tradizionale patrimonio ideale dei partiti, al talento politico dei grandi presidenti del passato e alla vera passione civile di una volta.

Ormai per competere non è più sufficiente essere ricchi. Bisogna essere superricchi, o parenti di superricchi o beneficiati ampiamente da superricchi. Secondo «Forbes», Trump ha un patrimonio di quattro miliardi di dollari. Ma anche Clinton attraverso la sua fondazione ha raccolto 21 milioni di dollari dalla Goldman Sachs, una delle grandi banche che ha provocato la disastrosa crisi del 2008, otto milioni da George Soros e due milioni e mezzo da Ronald Sussman, cioè da due grandi speculatori finanziari internazionali.

Le primarie americane sono costate in totale oltre quattrocento milioni di dollari. Anche chi ha gettato la spugna dopo poche settimane ha dovuto buttare un sacco di soldi solo per iscriversi ad una gara che teoricamente dovrebbe essere un diritto anche di Paperino oltre che di Paperone: 170 milioni ci ha sprecato il democratico Sanders, 130 milioni il repubblicano Jeb Bush, 61 milioni il repubblicano Marco Rubio e 58 milioni il suo compagno di partito Ted Cruz. Perfino per fare il sindaco di New York c’è voluto un uomo come Michael Blomberg, diciassettesimo fra gli uomini più ricchi del mondo e un patrimonio valutato in 35 miliardi di dollari. Non di rado i soldi e il potere familiare bastano ormai da soli a garantire il successo di chi ha come merito solo un nome. Al congresso ci sono attualmente 39 figli di ex parlamentari. Sia il governatore della California Jerry Brown, sia i il governatore di New York Andrew Cuomo sono diventati governatori perché figli di governatori. La dinastia sempre più spesso si sovrappone alla democrazia. La famiglia Bush ha già avuto due presidenti con una discendenza da padre in figlio e altrettanti ne avrà con tutta probabilità la famiglia Clinton.

E purtroppo talvolta è inevitabile anche il sospetto che certe prese di posizione siano determinate più da finanziamenti che da ragionamenti. Si capisce, ad esempio, che un miliardario come Trump proponga una riforma fiscale con una aliquota che non vada oltre il 15 per cento. Ma fa pensare anche il fatto che la Clinton finanziata dalla finanza (30 milioni) e dalla City di Londra (7 milioni) non voglia ancora prendere posizione sulla scelta sciagurata fatta venti anni fa dal marito che, permettendo alle banche di usare i fondi dei risparmiatori per la speculazione finanziaria, ha dato di fatto il via alla grande crisi mondiale dei subprime, cioè dei prestiti a interessi alti dati a persone che non potevano pagarli. E fa ancora pensare l’atteggiamento molto aggressivo e pericoloso della Clinton verso la Russia dopo che ha ricevuto 10 milioni di finanziamento dall’Ucraina e la comprensione invece verso i paesi petroliferi arabi a cui si vendono armi per miliardi di dollari dopo che l’Arabia saudita e il Kuwait hanno contribuito alla campagna della Clinton con una ventina di milioni di dollari.

Tuttavia il significato nuovo e particolare di queste elezioni americane non sta nei candidati, ma nella società americana. Queste presidenziali registrano l’emergere sempre più evidente in America, come del resto in gran parte del mondo, di una ribellione contro il liberalismo selvaggio, la globalizzazione che crea disuguaglianza, cancella almeno in parte le vecchie distinzioni fra destra e sinistra e disarticola i vecchi partiti tradizionali con la forza dei nuovi ceti impoveriti. Fra Trump che trasforma di fatto questa rabbia in follia e Bernie Sanders che la convoglia addirittura verso il socialismo, la Clinton rappresenta di fatto la conservazione illuminata dell’attuale establishment fatto di mercato, globalizzazione, finanza, diritti civili a gogò e diritti sociali a tessera. Rispetto a questa rabbia Clinton è vincente, ma non dominante. Nelle primarie infatti la moglie di Bill Clinton ha raccolto 16 milioni di voti. Chi ha attinto in maniera diversa e opposta a questa rabbia ne ha presi quasi il doppio. Trump ne ha raccolti 13 milioni e Sanders 12 milioni.

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