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Tanti dubbi sul «grillismo», ma non si può liquidare come finito

I primi passi della sindaca grillina di Roma, Virginia Raggi, hanno sollevato tante polemiche e dimostrato la difficoltà di governare la capitale. Ma hanno anche messo in luce le difficoltà del movimento fondato da Beppe Grillo...

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Virginia Raggi (Foto Sir)

La spasmodica attenzione che i giornali dedicano alle convulse vicende della giunta Raggi ha qualcosa di tardivo: se lo stesso fosse stato fatto con le precedenti amministrazioni comunali, forse Roma non avrebbe vissuto le vergogne di Mafia Capitale. Ma è innegabile che, con la vittoria del Movimento Cinque Stelle nella principale città italiana, il Campidoglio sia divenuto una volta di più la pietra su cui si misurano i possibili scenari politici del futuro. Salta quindi agli occhi come quanto sta accadendo all’inconcludente giunta Raggi (pronta nelle rivendicazioni, lenta nell’affrontare i problemi) faccia emergere tutte le contraddizioni di un movimento costruito sull’insofferenza per i numerosi fallimenti altrui, e poco altro. Un castello che, alla prima prova dei fatti, rischia di venire giù senza risparmiare nemmeno il castellano.

Per un paradosso della politica la radice di questa crisi sta proprio nell’essere, da parte dell’M5S, l’ulteriore involuzione della forma partito. Nato per opporsi alla politica tradizionale, il grillismo ha finito con l’accentuare i caratteri negativi di un fenomeno per cui siamo passati dai partiti di massa e strutturati a quelli leaderistici e leggeri – con ben minore tasso di progettualità e capacità gestionale – a quelli totalmente liquidi, in cui il leader non guida il popolo, ma è il popolo. Un leader che, essendo personalmente proprietario del simbolo, lo concede o lo revoca come un imperatore medievale concedeva e revocava i feudi. In questa liquidità la Rete supplisce al dibattito interno, alla selezione della classe dirigente e persino all’elaborazione del programma. Non stupisce che, in occasione dell’orribile caso di eutanasia in Belgio di pochi giorni fa, la posizione del movimento – favorevole alla morte assistita – sia stata affidata ad un comunicato nel quale ci si nascondeva dietro i dati non verificati di un fantomatico confronto telematico. Può bastare per costruire un’alternativa politica in grado di reggere il Paese? I dubbi sono legittimi.

Ciò detto, non è giusto e nemmeno corretto liquidare l’esperienza del grillismo come già finita, o tantomeno come un’ubriacatura temporanea dell’elettorato. Innanzitutto perché le condizioni che hanno portato alla nascita dell’M5S sussistono ancora tutte, ad iniziare dal fallimento del bipolarismo e dell’attuale classe politica che guida i poli tradizionali. A Roma Virginia Raggi ha trionfato sulle ceneri di un Pd giunto all’autofagia e di un centrodestra incapace di una sintesi politica. Non dimentichiamo, poi, che l’attuale non è la prima crisi attraversata dai grillini: già all’inizio del 2015 venivano dati per spacciati, ed invece più tardi hanno colto i loro migliori successi.

La funzione – positiva – del grillismo sarebbe quella del pungolo a cercare di far meglio, l’essere quel tafano che Socrate diceva di voler essere per la splendida ma pigra democrazia ateniese. In altre parole, se i grillini gridano onestà il loro deve essere accolto dalle altre forze come un richiamo che nasce dalla base della società. Se chiedono trasparenza, si faccia lo stesso. Ma il problema, a questo punto, è duplice: la politica si è dimenticata di ascoltare, e ne ha pagato lo scotto. Ma anche Grillo si è dimenticato che Socrate un movimento non lo fondò mai.  Tantomeno con l’idea di prendersi Atene.

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