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Tre anni di pontificato, la svolta di Francesco

Al compiersi del terzo anno dall'elezione di Papa Francesco, il 13 marzo, è forse possibile fare un primo bilancio di alcune linee portanti del suo pontificato. La prima cosa da osservare è la sua carica di rottura, rispetto allo stile a cui ci avevano abituato i suoi predecessori. 

Percorsi: Papa Francesco
Visita di Papa Francesco ad un campo nomadi di Roma (Foto Sir)

Una rottura che si è realizzata soprattutto a livello simbolico: da quel cordiale quanto inusuale «buonasera», la sera della sua elezione, alla scelta di abitare, nella modesta dimora di Santa Marta, all’uso di semplici utilitarie, all’abitudine di chiamare di persona per telefono le persone che gli si rivolgono, al dialogo cordiale con personalità non credenti. Simboli, si dirà, non sostanza. È vero: ma l’uomo è un animale simbolico e, nelle relazioni che intesse, un sorriso è molto di più che la contrazione dei muscoli facciali. Francesco ha mostrato di esserne perfettamente consapevole e, da buon discepolo di sant’Ignazio, ha saputo essere molto attento alle ripercussioni psicologiche di ogni suo gesto, per cercare di scuotere l’immagine forse troppo rigida e un po’ ingessata che l’istituzione ecclesiastica da molto tempo offriva di sé. Già questo, per la verità, se da un lato ha cambiato l’atteggiamento di molti, al di fuori della Chiesa, suscitando un diffuso moto di simpatia e di apprezzamento, dall’altro ha suscitato al suo interno, nei confronti del pontefice, un’ondata di perplessità e di critiche.

Mai come con Francesco i cattolici si sono divisi tra fautori e oppositori del Papa. Una divisione che ha assunto proporzioni molto più gravi quando è diventato chiaro che i simboli veicolavano una linea magisteriale abbastanza diversa da quella dei suoi immediati predecessori. Francesco ha preso congedo dall’insistenza sui temi bioetici che aveva caratterizzato l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI e ha ridimensionato i cosiddetti «valori non negoziabili», evidenziando la loro appartenenza a un più vasto orizzonte valoriale. Ancora più alla radice, Papa Bergoglio ha subordinato tutta la problematica etico-valoriale al mistero centrale del cristianesimo, che è l’annunzio dell’amore misericordioso di Dio per gli esseri umani, al di là dei loro meriti o demeriti morali. L’immagine della Chiesa come «ospedale da campo», dove si sta non dopo, ma prima di essersi resi degni del perdono di Dio, e l’insistenza sulla necessità, da parte della Chiesa, di uscire dai propri schemi consolidati per raggiungere le periferie dell’esistenza, sono emblematiche di questa svolta. È stato in particolare nella questione dell’accesso dei divorziati risposati ai sacramenti che questa linea si è scontrata con quella non solo di semplici fedeli, ma anche di molti vescovi e perfino di cardinali. I due sinodi sulla famiglia, celebrati nel 2014 e nel 2015 dopo un’ampia consultazione del popolo di Dio, hanno registrato su questo punto una tensione che ha fatto addirittura ventilare da parte di qualcuno il pericolo di uno scisma.

È indubbio che questo pontificato ha segnato uno spostamento dell’attenzione dall’ambito bioetico a quello sociale. Non a caso il primo viaggio di papa Francesco è stato un commosso pellegrinaggio a Lampedusa, nel cui mare di recente erano annegate decine di poveri migranti. E anche nell’ultimo viaggio in Messico il rifiuto di ogni tipo di «muro», eretto dalle società ricche per tenere a distanza i poveri del pianeta, è stato un tema centrale. L’insistenza sul carattere disumano di un sistema capitalistico fondato sulla finanza e sul profitto, a scapito delle persone, non era una novità.

Già Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avevano scritto importanti documenti su questo problema. Ma sotto il pontificato di Francesco ha assunto rilievo e toni nuovi, collegandosi alla tradizione di quella tanto esecrata teologia della liberazione che, in realtà, in un documento della Congregazione per la dottrina della fede del 1984, Libertatis nuntius, era stata considerata «una preoccupazione privilegiata, generatrice di impegno per la giustizia, rivolta ai poveri e alle vittime dell’oppressione» (III,3) e distinta dalle sue forme deteriori. Si situa in questo orizzonte di pensiero anche l’enciclica Laudato si’, che collega strettamente la questione ecologica a quella sociale. La provenienza geografica e culturale del Papa si è manifestata, peraltro, anche nella grande attenzione al continente americano, nei cui confronti ha esercitato, con successo,  anche un’azione diplomatica volta a far uscire Cuba dal suo isolamento.

Ma, per restare al piano della diplomazia, un altro grande successo è stato il riavvicinamento al Patriarcato di Mosca, con i suoi duecento milioni di fedeli, dopo un quasi millenario gelo, acuito dalle forti tensioni degli ultimi decenni. Non si può chiudere questo sommario e necessariamente incompleto bilancio del pontificato di Francesco, in questi tre anni, senza un riferimento ai cambiamenti che la sua carica rinnovatrice sta cercando di introdurre all’interno della Chiesa.

Su questo piano non sempre, a dire il vero, i risultati concreti sembrano essere stati finora corrispondenti all'intenso impegno culturale e simbolico. Non mancano critici che, con una certa fondatezza, fanno notare una certa difficoltà del Papa nello scegliersi collaboratori adeguati e nell’individuare organi di consultazione stabili e funzionali. Col rischio di affidare di fatto le prospettive di rinnovamento più al suo carisma personale che a strutture durevoli, in grado di far diventare queste prospettive prassi abituale all’interno della Chiesa. Dove si registra una concreta novità, destinata a produrre col tempo effetti sostanziali nella comunità cristiana, è nella nomina dei vescovi, scelti non più, come spesso accadeva, dai palazzi della diplomazia e dalla nomenclatura vaticana, ma tra i pastori concretamente operanti nelle parrocchie ed impregnati dell’«odore delle pecore». Nello stesso senso va la rivoluzione nella scelta dei cardinali, sganciata da antiche prassi che favorivano quel carrierismo ecclesiastico bollato da Francesco, insieme ad altri vizi tipici dei prelati, con una parresìa e una forza senza precedenti.

Tre anni, certo, non bastano a definire un pontificato. Ma sono abbastanza per constatare che siamo davanti a una svolta – non a una rottura! – rispetto al passato. E per chiedere al Signore che dia forza al nostro Papa per portare a compimento ciò che lo Spirito gli ha suggerito e fatto iniziare.

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