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Troppa carne al fuoco, anche per uno come Matteo

Dopo un anno di governo Renzi è lecito fare un bilancio di un presidente del Consiglio che sembra avere voluto lui stesso provocare esami severi proclamandosi diverso da tutti i premier che l’hanno preceduto, promettendo molto e soprattutto, cosa difficile a fare in una democrazia in generale e nella democrazia italiana in particolare, mettendo scadenze in tempi molto brevi e inserendo nella politica quel culto della velocità che perfino i futuristi riservavano solo all’opera d’arte. Gli avversari parlano di molto fumo e poco arrosto.

Matteo Renzi (Foto presidenza del Consiglio)

I sostenitori di piatti di cucina politica mai serviti prima. Forse, per rimanere dentro le metafore culinarie, il giudizio meno lontano dalla verità è quello di troppa carne messa al fuoco anche se la fiamma che c’è sotto vuole essere molto vivace.

Cominciamo dai risultati positivi delle riforme che sono state già fatte e di quelle che si sta per «portare a casa» secondo un modo di dire tipicamente «renziano». Nella primavera scorsa sono state abolite le province anche se c’è ancora da sistemare ventimila loro dipendenti. Dopo il sì del Senato e della Camera e il ritorno del testo alla Camera alta per una nuova lettura in questo mese dovrebbe nascere il nuovo Senato con un profilo che somiglia tanto e in maniera strepitosa all’idea di Senato che i democristiani sostennero alla Costituente (Costantino Mortati propose un Senato per due terzi eletto dalle assemblee regionali). Cosi finirà il cosiddetto bicameralismo perfetto anche se la promessa di Renzi «rottamatore» di volere dimezzare i parlamentari si contenta solo di ridurli da 950 a 730 con la limitazione del nuovo Senato a soli cento membri mentre non si parla più del limite dei mandati parlamentari a tre legislature.

A gennaio dovrebbe arrivare in porto anche la riforma elettorale già approvata dal Senato con la reintroduzione delle preferenze secondo quanto già promesso. È stata approvata anche la riforma di quella riforma dell’articolo V della Costituzione che fu voluta da un governo di centro-sinistra quindici anni fa. Il nuovo articolo V, attribuendo allo Stato il potere di decidere le competenze fra Stato e Regioni, dovrebbe ridurre il caos provocato dalla precedente riforma. È stato abolito anche se gradualmente il finanziamento pubblico ai partiti con una riduzione del 25% nel 2014, del 50% nel 2015, del 25% nel 2016 e con la previsione della deduzione fiscale per chi vorrà versare contributi alle forze politiche messe a dieta.

Sul piano delle misure economiche sono stati concessi i famosi ottanta euro in più in busta paga anche se il provvedimento non sembra che abbia aumentato i consumi come si pensava. Anche la possibilità concessa di mettere subito in busta paga la liquidazione con un possibile aumento di altri circa cento euro mensili sembra che sarà scelta da pochi per le ripercussioni che si possono avere sulla futura pensione. A partire dal primo gennaio sarà ridotta alle imprese pure la famigerata tassa dell’Irap anche se non nella misura del 10% generale promesso all’inizio, ma solo per quanto riguarda l’imposizione sui lavoratori dell’azienda con un risparmio di circa settecento euro annuali per ogni dipendente.

Più ridotti sono stati i risultati ottenuti dal governo Renzi laddove si doveva affrontare l’autonomia di alcune istituzioni a cominciare da quella del parlamento e degli enti locali. La promessa di ridurre della metà lo stipendio dei parlamentari (circa 14 mila euro mensili) è rimasta senza seguito e anche il vincolo di ridurre lo stipendio dei superburocrati entro il limite massimo dei 250mila euro all’anno sembra che sia stata ampiamente aggirato dai dipendenti di Camera e Senato, con il marchingegno di ridurre gli stipendi, ma non le più che generose indennità. Anche la richiesta alle Regioni di ridurre le loro spese di quattro miliardi e ai comuni di un miliardo si incontra con le fiere resistenze delle prime e dei secondi, rappresentati da due esponenti pidiessini di primo piano come Chiamparino e Fassino. All’inizio si era anche promesso di ridurre da ottomila a mille il numero delle società partecipate dai Comuni di cui almeno 3 mila con meno di sei dipendenti, ma con un numeroso consiglio di amministrazione (costo 20 miliardi). Tuttavia per il momento ci si è contentati di cercare di eliminare non più di duemila società partecipate con un piano di riassetto per di più affidato ai Comuni che ovviamente hanno uno scarsissimo interesse ad eliminare le partecipate che hanno creato.
Soprattutto molto deboli sono stati i risultati di alcuni propositi laddove si sono dovuti scontrare con le resistenze fortissime della burocrazia. La riduzione generale della spesa pubblica (la cosiddetta spending review) affidata a Carlo Cottarelli, che prevedeva all’inizio un risparmio totale di 20 miliardi, è scesa per il momento a più miti consigli di soli otto miliardi e Cottarelli se ne è ritornato piuttosto polemicamente in America al Fondo Monetario. Nel marzo scorso in una intervista con Bruno Vespa, Renzi aveva promesso di pagare tutti i 60 miliardi di debito dello Stato verso le imprese al massimo entro il giorno del suo compleanno, cioè il 21 settembre. Ma alla fine del settembre scorso alle imprese erano stati pagati poco più di trenta dei 60 miliardi dovuti. Similmente per un altro impegno di scarso peso economico, ma di forte significato simbolico, di fronte alla promessa che alla fine dell’anno le auto blu dei ministeri dovevano essere ridotte in totale a non più di 93, una inchiesta de Il Messaggero di quindici giorni fa ha dimostrato che i ministeri avevano ancora a loro diposizione più di mille auto blu. Altri provvedimenti che pure Renzi ha invocato come il superamento della lentezza della giustizia, un piano antiburocrazia, la riforma del fisco,un piano per la casa e un bonus per le famiglie, per il momento rimangono solo genericamente collocati nel futuro in parte anche per la difficoltà di reperire i fondi necessari in un bilancio dello stato in cui si sta raschiano il fondo del barile.

Bisogna ammettere che Renzi ha lottato costantemente e accanitamente nei confronti della Unione Europea per cercare di ottenere un minimo di flessibilità nei conti pubblici in modo da potere rilanciare investimenti e occupazione. Tuttavia su questo piano, al di là della buona volontà, i risultati di colui che per sei mesi ha avuto la presidenza dell’Unione Europea sono stati piuttosto deludenti. L’Italia non solo non ha potuto sfondare il famoso 3% di deficit, ma ha dovuto ridurlo su pressione di Bruxelles dal 2,9 proposto al 2,7 imposto. Anche se non rinuncia alla sua battaglia, Renzi può al momento vantare solo di avere ottenuto che la quota italiana dei 315 miliardi di investimenti promessi dal presidente della Commissione europea Juncker siano esclusi dai calcoli di quel tre per cento.

Così, nella impossibilità di attuare investimenti pubblici, Renzi punta tutto sulla possibilità di attirare investimenti privati. E per sedurre imprenditori italiani e stranieri, Renzi mette nel piatto i prodotti della sua cucina: la quasi abolizione dell’articolo 18, con una maggiore libertà di licenziamento, l’azzeramento per i primi tre anni dei contributi previdenziali dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, la riduzione dell’Irap per quanto riguarda la parte che grava sul lavoro. Bisogna sperare solo che il cavallo beva, come dicono gli economisti, soprattutto di fronte al problema drammatico di una disoccupazione che non si riduce. Purtroppo finora provvedimenti simili al Jobs Act, presi prima di noi da Grecia, Spagna e Portogallo, non hanno dato grandi risultati sull’aumento dell’occupazione, pur riducendo il costo del lavoro. Oltretutto in Italia sulla via accidentata delle riforme e suoi loro effetti concreti c’è spesso un lasso di tempo di anni fra l’approvazione di una legge e la sua concreta applicazione. Basti pensare che quest’anno era ancora da approvare il trenta del cento dei decreti delegati previsti dalle leggi delega del governo Monti e il 50 per cento dei decreti delegati delle leggi delega del governo Letta.

E comunque bisogna necessariamente e quasi disperatamente scommettere sull’effetto, perfino a fini di crescita e di occupazione, delle riforme anche future, come quelle della giustizia e della burocrazia, soprattutto in considerazione del fatto che l’Italia rimane, unico paese europeo, con un dato negativo del meno 3% nella sua crescita e con una riduzione globale del 9% del suo reddito nazionale dall’inizio di una crisi che ci ha reso quasi tutti più poveri. Se l’effetto riforme fallisce non rimane che contare su effetti esterni come il calo del prezzo del petrolio e la forte ripresa americana e in estrema istanza su influssi scaramantici come il solito stellone dell’Italia.

Troppa carne al fuoco, anche per uno come Matteo
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