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Un’eterna campagna elettorale che non fa bene al Paese

C'è qualcosa che sinceramente sfugge, nell’attacco quasi a freddo che il presidente della commissione europea, Juncker, ha mosso al governo Renzi: l’Ue si trova a gestire al suo interno processi di vera e propria involuzione antidemocratica in Ungheria e Polonia, e non trova di meglio da fare che prendersela con chi l’aveva criticata un mese prima. In modo oggettivamente esagerato, ma pienamente nel recinto della legittima dialettica comunitaria.

Matteo Renzi

Uno scarto umorale al quale il Presidente del Consiglio ha avuto il torto di rispondere con uguale stizza. Così facendo ha dato nuovo fiato a chi in Europa, e sono sempre di più, lo avvicina al Berlusconi degli ultimi tempi. Quello, per intenderci, che al pronunciare del suo nome Sarkozy e Merkel ridacchiavano dandosi maleducatamente di gomito.

Non sono cose che fanno bene alla causa dell’integrazione europea, queste, soprattutto in tempi in cui – lo ripetiamo – problemi ben più gravi di un pareggio di bilancio si stagliano all’orizzonte. Non vorremmo che dietro ci fosse, da parte della Commissione ma anche della Germania, il tentativo di alzare una cortina fumogena che svii l’attenzione dei più dall’emergenza profughi e dal problema di un’economia che ancora non tira. Non vorremmo allo stesso modo che si trattasse di un tentativo, da parte italiana, di fare la stessa operazione ora che si entra nella fase che porterà all’approvazione delle riforme, alle elezioni amministrative e, più in là nel tempo, al referendum al quale Matteo Renzi ha legato il proprio avvenire politico.

Le campagne elettorali vanno sì lanciate sempre con ampio anticipo (Berlusconi, in questa stagione dell’anno, faceva affiggere ad ogni angolo d’Italia i suoi manifesti di sei metri per tre), ma vivere in un’eterna campagna elettorale non fa bene al Paese. Questo, poi, resta avviluppato nelle spire della crisi economica, come sottolineato anche dal cardinal Bagnasco, e meriterebbe cure molto approfondite. Da questo punto di vista il governo ha ancora molto da fare: se l’Istat dispensa dati apparentemente positivi, è altrettanto vero che quegli stessi dati, quando letti in controluce, dipingono una situazione per lo meno incerta.

Inoltre non deve sfuggire che le difficoltà messe in mostra dal Partito Democratico trovano riscontro in un Movimento Cinque Stelle alle prese con il suo primo vero scandalo: l’infiltrazione del crimine organizzato tra le sue file, nel comune campano di Quarto. Troppo facile dire che di nemesi si tratta, o che la moglie di Cesare deve essere al di sopra di ogni sospetto. Colpisce, al di là di un episodio in sé grave, la mancanza di personalità dimostrata dall’M5S nell’affrontare la questione, a cominciare dai suoi leader nazionali. Si è oscillati da atteggiamenti al limite della giustificazione ad altri di puro e semplice giustizialismo, mettendo in mostra tutta l’inconsistenza culturale di un movimento nato sulla Rete senza un programma politico vero.

M5S e Pd sono le due forze che si contenderanno le maggiori città italiane alle elezioni di primavera. Entrambi hanno tempo per compiere un salto di qualità. Al momento risalta però, in entrambi, una carenza di proposta solida e aperta alle esigenze dei tempi.

Un’eterna campagna elettorale che non fa bene al Paese
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