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Un precario «cessate il fuoco» nella controversa situazione dell’Ucraina

Anche se morti di sonno e imbottiti di caffè, dopo avere passato un pomeriggio, una notte e una mattina di fila a discutere, pure i negoziatori dell’ultimo vertice di Minsk sull’Ucraina di giovedì 12 febbraio non hanno saputo concludere molto di più che una tregua d’armi.

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Il vertice di Minsk (Foto Sir)

Ormai in Ucraina non si ottiene, quando si ottiene, quasi nulla di più di un cessate il fuoco. Un cessate il fuoco che dovrebbe essere a tempo indeterminato e che dura sempre solo dei giorni se non delle ore. Non riusciamo a firmare un armistizio. Figuriamoci a fare la pace. Ma, se per pace non si intende un mettersi a sedere sul fucile per riposarsi fra una zuffa e l’altra, bisogna domandarsi cosa si può cercare di fare per andare oltre qualche ora di silenzio dei cannoni ed arrivare ad una pace vera, lunga e stabile.

Si voglia o no, da che mondo è mondo, la pace si raggiunge solo in due modi. O si stende in terra il nemico con la forza delle armi e si costringe ad ingoiare la pace fatta dagli altri oppure gli si va incontro a mezza strada. Ora nel caso della Ucraina nessuno dice, e quasi certamente nessuno pensa, di volere raggiungere la pace con l’annientamento del nemico. Non resta quindi che rivolgersi a quella che Gandhi chiamava, contro tutta una tradizione bellicosa di disprezzo, la «nobile arte del compromesso». E quando si deve cercare di raggiungere un compromesso con una minoranza etnica e linguistica in lotta la prima mossa da fare è quella di fare concessioni anche ampie in fatto di diritti delle minoranze. L’esempio è sempre quello di De Gasperi che, con il famoso accordo De Gasperi-Gruber, in una cultura in cui i diritti nazionali delle minoranze si pensava di garantirli con le secessioni (come era successo in un secolo intero di guerre nazionaliste ininterrotte dalla meta dell’Ottocento alla metà del Novecento), insegnò a cercare la pace con la minoranza tedesca nel Sud Tirolo concedendogli non solo tutti i diritti, ma perfino qualche privilegio con la generosità del cristiano che sa che, pure in politica, e soprattutto in nome della pace, si possono amare anche i propri «nemici».

Può darsi anche che l’autonomia interna non basti ai filorussi ucraini e questi continuino a combattere per ottenere l’autodeterminazione. Ora anche in questo caso, per non comprare alle bancarelle dell’usato vecchie bandiere ideologiche da mettere in testa a guerre nuove di zecca, è bene mettere in chiaro che ci sono buone ragioni per sostenere il principio della intangibilità delle frontiere e il principio opposto del diritto dei popoli alla autodeterminazione. Quello che invece non sta bene è che ci si schieri per l’uno il giovedì e per l’altro il venerdì, o per il primo o per il secondo a seconda che si tratti di applicarlo all’Europa Orientale o all’Europa Occidentale. Ora l’Europa, che oggi sostiene a spada tratta con la diplomazia e con le sanzioni il principio assoluto della intangibilità delle frontiere in Ucraina, non può dimenticare che è stato il continente che nell’Ottocento ha inventato le guerre di indipendenza nazionali e che nel corso del Novecento ha sempre simpatizzato per tutte le guerre di secessione più o meno fortunate nel resto del mondo, da quella del Biafra dalla Nigeria nel 1967 a quella del Bangladesh dal Pakistan nel 1971, da quella del sud del Libano dal resto del paese nel 1983 a quella del Kurdistan dall’Iran e poi dall’Iraq fino ad oggi. Anzi la Nato ha addirittura condotto nel 1999 una guerra per ottenere praticamente la secessione del Kossovo dalla Serbia con un atto che oggi serve così bene come precedente agli indipendentisti ucraini che i russi della Crimea hanno rivendicato apertamente l’esempio del Kossovo per giustificarsi nella loro dichiarazione di indipendenza dall’Ucraina.

Bisogna dire ancora di più. I paesi europei ammettono in casa propria quello che combattono in Ucraina. Nel settembre scorso il Regno Unito ha permesso alla Scozia di celebrare un referendum sulla propria indipendenza che non è scattata solo per mancanza di voti, ma non per mancanza di legittimità. Il 9 novembre scorso in Spagna i catalani sono andati a votare sulla indipendenza della loro regione che pure si trova nello stato più decentrato del mondo anche se il governo ha ritenuto la consultazione illegittima. Ora appare difficilmente comprensibile che consultazioni simili non possano tenersi nell’est dell’Ucraina per la opposizione del governo di Kiev.

Certo si può gridare all’infinito sul cinismo di Putin, sulla sua presunzione di rifare della Russia la superpotenza di un tempo, sul suo presunto panslavismo di ritorno, sui suoi fatti che contraddirebbero le sue parole. Ma prima di mettere in mano al leader russo tutte le carte più perfide che si possono immaginare sarebbe bene andare a vedere con le nostre carte non truccate e soprattutto basate su principi chiari e autentici e non su convenienze opportunistiche. Ora da questo punto di vista l’Ucraina, che pure accoglie una minoranza russa equivalente a circa il 20% della sua popolazione, rimane uno degli stati a struttura più centralistica della terra. E la cosa ancora più buffa è che i due stati che più sostengono oggi l’Ucraina nella sua politica sono gli Stati Uniti e la Germania, cioè due stati tipicamente federali. Due stati, per intendersi, che basterebbe che si guardassero allo specchio per trovare il modello da suggerire ad uno stato così composito come l’Ucraina. Eppure anche al vertice di Minsk il capo del governo ucraino Poroshenko si è opposto accanitamente a quella che lui chiama la «federalizzazione» dell’Ucraina.

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