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Varata la riforma, ma la «buona scuola» dipende sempre dai buoni insegnanti

Ora che la battaglia sulla «buona scuola» è stata definitivamente vinta dal governo, con l’approvazione alla Camera del disegno di legge che ne delinea i contenuti di massima (in realtà molte cose sono ancora da determinare attraverso i decreti attuativi), resta da chiedersi se questo significhi davvero la fine della guerra che ha drasticamente contrapposto, in questi mesi, i docenti e i loro sindacati al ministro dell’Istruzione e soprattutto al premier.

Manifestazioni contro la «buona scuola» (Foto Sir)

Sul ben più ampio piano delle vicende internazionali, l’esperienza di questi ultimi anni ci ha infatti insegnato che, quando si impone con la forza una soluzione, chi è costretto a subirla può proseguire la sua sorda resistenza in vari modi, vanificando di fatto il successo ottenuto sul campo dall’avversario. Qualcosa di simile sembra prepararsi nel mondo della scuola, a giudicare dalle bellicose dichiarazioni di leader sindacali e di gruppi di insegnanti che minacciano di alzare barricate all’inizio del nuovo anno scolastico. Senza parlare della possibilità che veramente si arrivi alla promozione di un referendum abrogativo, auspicato da più parti.

Ma non è del futuro che qui voglio parlare. Le mie perplessità, francamente, vertono su ciò che è appena accaduto. Ho insegnato nella scuola statale italiana per quarantuno anni, e la conosco abbastanza bene. Di una cosa sono certo, in base a questa lunga esperienza, ed è che la scuola la fanno gli insegnanti. Le strutture logistiche, gli organigrammi, i meccanismi burocratici, perfino i programmi, vengono dopo. Un insegnante intelligente, preparato, appassionato della sua disciplina, diventa automaticamente un educatore, un punto di riferimento per i suoi alunni, per le loro famiglie, per gli stessi colleghi. Sono i docenti a dare a un istituto la sua anima, a crearne la tradizione, a delinearne il volto. Tutto il resto forma lo spartito: ma loro sono l’orchestra e le buone o le cattive pratiche da loro realizzate quotidianamente sono ciò che alla fine conta, la musica.

La crisi sempre più grave della scuola, in questi anni, è dipesa da quella dei docenti. Crisi di motivazione, innanzi tutto. Sono sempre stati pagati poco. Ma al tempo ormai lontano in cui io ero studente, avevano un prestigio culturale – molti di loro passavano poi a insegnare all’Università – che si manifestava anche come prestigio sociale. La società li teneva in considerazione. Le famiglie li ascoltavano. Gli studenti rispettavano la loro autorità.

Progressivamente tutto questo è venuto meno. Gli insegnanti continuano a guadagnare poco (drammatico il confronto con gli altri paesi europei). Ma l’opinione pubblica ha sempre più misconosciuto la peculiare dimensione culturale ed educativa del loro lavoro e si è messa a calcolare il numero di ore e di giorni, senza rendersi conto del carico di impegno e del logorio che esso comporta.

Il basso livello retributivo, a questo punto, è stato giudicato assolutamente appropriato e, in una società dove sono i soldi a determinare la rispettabilità di una persona, ha fatto apparire l’insegnante un mezzo fallito. La sua autorevolezza è stata così messa in discussione sia dagli studenti, che aspirano a non diventare mai, nella vita, come lui, sia dai genitori, che, nella logica protezionistica ormai dominante, invece di avallare le sue valutazioni, parteggiano per i figli protestando col dirigente, oppure rivolgendosi al Tar.

Certo, nei casi, non eccezionali, in cui l’insegnante è capace di resistere a queste derive e si mantiene, malgrado lo Stato, malgrado la società e le famiglie, all’altezza della sua missione, non gli mancano le più belle gratificazioni, da parte dei suoi studenti innanzi tutto. Ma è dura, e lo scoraggiamento derivante da questo contesto ha pesato in questi anni come un macigno.

A questi insegnanti, provati e misconosciuti, Matteo Renzi è venuto a dire, come una buona notizia, che dal 2016 la loro assunzione e il loro mantenimento in servizio nelle rispettive scuole, dipenderà, invece che da graduatorie oggettive, dalla decisione di un dirigente che, per quanto ispirata sulla carta a criteri vincolanti, avrà pur sempre quel margine di arbitrarietà che è insito nelle scelte umane. Rendendoli, così, dei «dipendenti» in un modo assai più vincolante e minaccioso di quello che un comune impiego pubblico comporta e mettendo in discussione anche quell’autonomia culturale che dovrebbe essere propria del loro lavoro e che la Costituzione tutela come «libertà d’insegnamento».

Non stupisce che per la prima volta, forse, nella storia della Repubblica, un corpo insegnante tradizionalmente poco combattivo si sia sollevato compatto, superando tutte le divisioni create nel tempo dai sindacati, e abbia lanciato un grido di rabbia.

Confermando la logica che vuole i professori una categoria improduttiva, i cui scioperi non bloccano né la produzione né i servizi essenziali, il governo ha tirato dritto, sottolineando gli aspetti positivi della riforma (che ci sono). Ma, così facendo, ha fatto traboccare un vaso che da tempo era troppo pieno. Questo, a prescindere dai futuri sviluppi, è un costo che l’Italia non si può permettere. Davanti alle dichiarazioni euforiche dei rappresentanti della maggioranza, vengono in mente le parole di Pirro: «Un’altra vittoria così e tornerò in Epiro senza soldati».

La «buona scuola», anche in tutto ciò che la nuova normativa prospetta di valido, la faranno solo dei professori convinti. La loro partecipazione era il primo obiettivo da perseguire. Invece è un fatto – al di là delle questioni di merito – che lo stile con cui la riforma è stata promossa è andato nella direzione opposta. E questa è già, a prescindere dagli sviluppi futuri, una

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