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Il fulcro del cinema di Farhadi è sempre la coppia: in essa nascono le problematiche, da essa vengono quesiti e dubbi. Su questo asse portante l’autore inserisce atmosfere da thriller che rendono i suoi film appassionanti e talvolta sorprendenti.

Come è tradizione, al termine di questo anno, il nostro critico cinematografico ha stilato un elenco di quei film del 2006 che per un motivo o per l'altro vale la pena «salvare» dall'oblio-

Roald Dahl, scrittore britannico, è il guru della letteratura per l’infanzia. Ma non solo. Steven Spielberg è il regista delle favole e dell’avventura. Ma non solo. Il non solo fa la differenza e condanna Il grande gigante gentile a un insuccesso di pubblico dovuto all’incasellamento del film nel genere «fiabe per bambini» che decisamente gli sta molto stretto.

Un omaggio affettuoso, appassionato e appassionante a due dei grandi drammaturghi del teatro mondiale, seppur vissuti in epoche molto diverse: William Shakespeare ed Eduardo De Filipp.

«Sully» è due cose: un viaggio in un’anima limpida e tormentata e la presa d’atto che l’eroismo del miracolo sull’Hudson va ugualmente suddiviso tra pilota, primo ufficiale, hostess, passeggeri e soccorsi.

Duprat e Cohn scelgono l’ambiguità come stile e, lavorando più sulla scrittura che sull’immagine, fanno il possibile per impedire che lo spettatore possa ritrovarsi con qualche certezza finale. E ci riescono.

Niente di strano se, proprio a chiusura del mandato di Barak Obama sia venuto in mente a un cineasta indipendente, Richard Tanne, di esordire nel lungometraggio raccontando l'incontro con Michelle Robinson. senza la presunzione di raccontare una storia d’amore complessa, ma con la semplice volontà di andare a ricostruire dove tutto ebbe inizio, nel Southside a Chicago.

Per una volta la polemica non è protagonista: si tiene in disparte, emerge solo a tratti, lascia spazio alle ragioni degli altri.  Il risultato è più toccante e coinvolgente di quanto ci aspetteremmo da un maestro della provocazione.

Il titolo, così schematicamente simbolico, è forse il lato debole della pellicola che in realtà è un lavoro serio e documentato su alcuni angoli oscuri del vivere contemporaneo.

Si ha come l’impressione che, per la prima volta nella loro carriera, i Dardenne abbiano affrontato una vicenda con un finale già scritto, quindi prevedibile, perdendo gran parte della loro forza e del loro impeto morale.