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Sieranevada è un titolo difficile da decrittare. Puiu ha evocato il western, l’avventura (cioè il mito dell’America) ma anche i bianchi casermoni di Bucarest  che possono far pensare  a cime innevate.

Stéphane Brizé ha voluto trasporre in film il primo romanzo di Maupassant, adottando uno stile asciutto, privo di svolazzi, lontano dalle sottolineature melodrammatiche e dai sentimentalismi, in un certo senso anche difficile per un grande pubblico abituato ad altri ritmi e racconti.

In un contesto di realismo lodevole e senza fronzoli, alcuni problemi del film di De Paolis vengono dall’occhio preconcetto con cui è osservata e rappresentata l’interferenza della religione.

La maniera che ha Castellitto di affrontare le sue storie ha una forza e una passione che fuoriescono dalla macchina da presa e avvolgon  i personaggi nell'intento di trasformare i loro drammi quotidiani (talvolta anche banali) in qualcosa di unico.

Alla terza prova da regista Bruni torna a ribadire con forza le proprie convinzioni. Questo film potrebbe essere una favola che, come tutte le favole, è un modo come un altro di osservare la realtà.

Alla radice del film sta una visione che non prevede vie d’uscita: chi nasce in un luogo e si adatta a un certo tipo di esistenza, non ne uscirà mai. Noi, che siamo consapevoli di luoghi ed eventi, pensiamo che le possibilità di cambiare ci siano.

Apparentemente melodramma, il film di Warren Beatty diventa la radiografia di un luogo conosciuto come fabbrica dei sogni che improvvisamente si trasforma in fabbrica di bugie.

Il film procede su due binari che, inizialmente paralleli, finiscono per incrociarsi. Kaurismaki capisce che non sempre si può gabbare la Storia con l’utopia e che arriva anche  il momento di pagare il conto all’umana cattiveria.

Adottando la narrazione colloquiale,  Hamm ha evitato frasi celebri, parole agli atti, testi affidati agli archivi storici. Certo, ha rischiato talvolta qualche scambio da commedia e molto colore locale, ma senza lasciarsene prendere la mano e bilanciando attentamente le ragioni del pubblico e quelle della storia

Tratto da un romanzo di Philippe Djian, «Elle» offre l’immagine di un microcosmo di un’umanità non solo  sofferente, ma essiccata, privata degli elementi basilari che ne consentano la convivenza e l’accordo.