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A proposito di Davis

Dave Van Ronk, il chitarrista folk molto amico di Bob Dylan cui i fratelli Coen si sono ispirati per comporre il personaggio di Llewyn Davis, in realtà non è stato né un perdente, né un incompreso, né uno sfigato. Anzi, ha avuto una sua rilevanza nel panorama musicale di un’epoca in via di cambiamento e anche, per quanto possibile, in quello sociale con prese di posizione, marce della pace e proteste di vario genere. Quindi, come al solito, l’ispirazione dei Coen parte da un punto preciso che i due fratelli sviluppano a modo loro portandolo nella direzione voluta, che non deve per forza coincidere con una realtà predefinita.

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Locandina del film

L’interesse dei Coen, infatti, è sempre andato verso i perdenti, quelli che vorrebbero ma non ce la fanno, magari testimoni di qualcosa di importante cui però non parteciperanno. Così Llewyn Davis, che vorrebbe vivere e suonare secondo le proprie regole ma riesce soltanto a girare su se stesso senza andare da nessuna parte, potrà tutt’al più allontanarsi dal Gaslight del Greenwich Village lasciando il palcoscenico (e la Storia) a Bob Dylan. Già, la Storia. Ai Coen, che questa volta firmano la regia a quattro mani, non è mai interessato raccontarla come nei libri. E anche questa volta il loro stile un po’ surreale, ironico e sostanzialmente malinconico si impone allontanando il film da un percorso lineare e realistico.

Llewyn Davis canta al Gaslight, poi è picchiato nel vicolo da uno sconosciuto. L’episodio si ripeterà alla fine del film con qualche variazione: due canzoni invece di una, una precisa motivazione del pestaggio. In  mezzo un viaggio in auto da New York a Chicago in compagnia di un autista silenzioso e di un musicista eroinomane, i difficili (anzi, impossibili) rapporti con la ex Jean che adesso canta in coppia con Jim, un’audizione poco fortunata, incontri con personaggi bizzarri e soprattutto la convivenza con un gatto che va e viene, che forse è degli amici Gorfein ma forse gli assomiglia soltanto e che alla fine sarà identificato come Ulisse. Su tutto la presenza/assenza di Mike, che prima di morire suicida dal George Washington Bridge formava con Llewyn un duo musicale.

In «A proposito di Davis» confluiscono elementi di gran parte del cinema dei Coen. Molto riconoscibili «Il grande Lebowski», «Fratello, dove sei?», «A Serious Man» e soprattutto «Barton Fink», che riscriveva la realtà passando attraverso le aspirazioni e i sogni di un potenziale drammaturgo in cerca d’autore. A questo proposito c’è da chiedersi se il titolo originale, «Inside Llewyn Davis», faccia riferimento all’approfondimento del personaggio oppure a una serie di eventi che accadono dentro di lui a seguito di stimoli esterni poco piacevoli. Di certo assistiamo alla strana esistenza di un personaggio che, da sempre destinato all’insuccesso a qualunque livello, si trova a rivivere ciclicamente le medesime esperienze, in un certo senso condannato alla prigionia dentro se stesso. Intanto il mondo va avanti, ma senza permettere a Llewyn di partecipare alla crescita e al cambiamento.

Per questo motivo «A proposito di Davis», che ha l’apparenza di una commedia bizzarra, è in realtà un film profondamente triste e malinconico nel quale i Coen ritrovano il piacere della libertà da schemi di qualunque genere. E per lo stesso motivo non si può confinare il film nella rievocazione di un periodo, di un luogo e di una musica. Tutto questo c’è, ma è il mezzo, non il fine. Il fine è il percorso di un cantautore che, cantando «Hang Me, Oh Hang Me», «The Death of Queen Jane» e «Fare Thee Well», non saprà mai uscire dal suo epocale fallimento. Va da sé che Joel e Ethan Coen, pur prendendo atto delle sue anomalie e particolarità, non possono fare a meno di volergli bene.
A PROPOSITO DI DAVIS (Inside Llewyn Davis) di Joel e Ethan Coen. Con Oscar Isaac, Carey Mulligan, John Goodman, Justin Timberlake, F. Murray Abraham. USA/F 2013; Drammatico; Colore

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