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Blue Jasmine

Il dubbio che Woody Allen, non comparendo in veste di attore, abbia scelto la protagonista di «Blue Jasmine» come ennesimo alter ego dura poco, giusto la sequenza iniziale con la vicina di posto in aereo tormentata dal martellante racconto di una vita, di fallimenti, di delusioni e di colpe altrui.

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Locandina del film

 Poi di Woody resta soltanto traccia nella quantità di parole che escono dalla bocca di Jasmine, non certo nei tratti di un personaggio che Allen sopporta poco, che appartiene a una categoria sociale (la upper class) cui egli rifiuta di appartenere, che in lui non troverà alcuna compassione o comprensione. Anzi, tanto per mantenere subito le distanze l’autore ci informa che la signora ha lasciato l’amatissima New York per trasferirsi a San Francisco dalla sorellastra Ginger.

Dire che da qui cominciano i guai è un eufemismo. Per Jeanette (che ha mutato il proprio nome in Jasmine) i guai sono cominciati da un pezzo. Figlia adottiva (proprio come la sorella), ha sempre puntato in alto e, fin dall’inizio, ha deciso che per arrivare sarebbe stata una buona politica distogliere lo sguardo da inutili complicazioni. Di conseguenza, la fine del matrimonio con Hal, spregiudicato uomo d’affari che le ha fatto fare la bella vita fino all’arresto per truffa, furto e quant’altro, equivale per lei a un semplice cambiamento di rotta. Ginger, che ha perso tutti i suoi soldi nel crac finanziario, è comunque un porto sicuro da cui ripartire. Solo che Jasmine, abituata a un tenore di vita diverso, è come sempre disposta a tutto pur di non affondare. Arriverà il giorno in cui, mentre qualcun altro avrà una cosa magari piccola con cui poter proseguire, a lei non resterà in mano altro che la consapevolezza di una vita scriteriata. E sulla faccia un sorriso che non vuol dire né serenità né allegria.

Le nevrosi, le manie, le fissazioni, la logorrea, il disinteresse per le esistenze altrui sono tipiche di Woody Allen. Quel che rende «Blue Jasmine» qualcosa di nuovo nella sua carriera è la precisa volontà di mettere in scena un ceto sociale che equivale a una parte politica. Da questo a comprendere come le simpatie dell’autore non potranno mai andare ai ricchi repubblicani il passo è breve. Si può dire, in un certo senso, che «Blue Jasmine» è il primo film interamente politico di Woody Allen, che non lascia alcuno spazio alle battute di spirito, all’ironia anche feroce, al sorriso che stempera l’angoscia.

Jasmine è l’immagine di tutto quello che lui detesta. Ne viene di conseguenza che niente di ciò che accade alla donna è osservato con pietismo o comprensione: la conclusione lapidaria è quella che ben conosciamo, ovvero che male cercato non è mai troppo. Se Allen conserva qualche tratto di tenerezza, è solo per la presenza di alcuni personaggi che, pur essendo di per sé perdenti, stupidi o inetti, mantengono quell’ingenuità e quella naturalità che li qualifica comunque come esseri viventi degni di un altro straccio di occasione. Soprattutto Ginger (la meravigliosa Sally Hawkins) e il suo uomo Chili (Bobby Cannavale), che in un film di Spike Lee sarebbero in galera o al cimitero e che qui invece, dal confronto con i freddi calcoli di Jasmine, traggono la forza di un cuore pulsante. Come si sarà capito, c’è poco da ridere questa volta.

Woody Allen domina la materia rispolverando il cinema delle grandi occasioni e trova in Cate Blanchett una protagonista realmente straordinaria, disposta a mettersi in gioco, ad essere un personaggio quasi spregevole che non può non evocare i fantasmi di Francis Scott Fitzgerald e persino a recitare al naturale, senza trucco. Blue Jasmine è il gelsomino notturno (che è anche una poesia di Giovanni Pascoli). Ma il blu è anche il colore della depressione e della tristezza.
BLUE JASMINE (Id.) di Woody Allen. Con Cate Blanchett, Alec Baldwin, Louis C.K., Sally Hawkins, Bobby Cannavale, Peter Sarsgaard, Andrew Dice Clay. USA 2013; Commedia; Colore

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