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Dallas Buyers Club

Ci vuole un po’ di tempo per entrare in «Dallas Buyers Club» e comprendere i suoi reali intenti. E questo, indipendentemente dalla perizia del regista Jean-Marc Vallée, dalla bravura del protagonista Matthew McConaughey e dei comprimari, da nobili intenti che emergono strada facendo, non depone esattamente a favore del film.

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Locandina del film

Nel senso che, a livello strutturale, il film appare drasticamente diviso in due parti: la prima che affronta il problema di un texano omofobo che sbarca il lunario gareggiando e scommettendo nei rodeo e che da un giorno all’altro si ritrova positivo all’HIV e, a seguito di una scriteriata terapia fai da te, ammalato di Aids; la seconda che mette in discussione il sistema sanitario americano puntando il dito soprattutto contro l’FDA (Food and Drug Administration), l’organismo che decide sulla legittimità o meno della commercializzazione dei farmaci, cui il protagonista Ron Woodroof assesterà un fiero colpo smascherandone alcune procedure illecite e rendendo legali alcuni farmaci alternativi.

La suddivisione in due, però, non esclude il minimo comune denominatore, ovvero Ron Woodroof, ovvero Matthew McConaughey che si è appassionato a un progetto partito nel 1997, è riuscito a vederlo realizzato e, per forza di cose, ha avuto nel film stesso uno spazio illimitato lasciando tutti gli altri (anche Jared Leto e Jennifer Garner) sullo sfondo. Quindi le nobili intenzioni si affiancano a un’operazione comunque autoreferenziante: anche se McConaughey, nell’impersonare Woodroof, si guarda bene dallo smussare angoli, asprezze, rozzezze e antipatie, è comunque presente un narcisismo di fondo che rende «Dallas Buyers Club» un one man show con destinazione Oscar.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, Ron Woodroof, che ha sempre associato l’Aids ai «maledetti finocchi», si scopre affetto dal male e, pur non essendo un uomo di scienza, comincia ad informarsi e, automaticamente, a cambiare qualcuno dei suoi atteggiamenti. Convinto che il medicinale ufficiale contro l’Aids, l’AZT, sia più nocivo che altro, segue le indicazioni del dottor Vass, radiato dall’albo, e assume sostanze alternative non autorizzate dall’FDA. E fa di più: oltre ad assumerle, le importa illegalmente e si mette in società con il transessuale Rayon fondando il Dallas Buyers Club che assicura i medicinali agli ammalati dietro versamento di un abbonamento mensile. Osteggiato da tutte le autorità, capito soltanto dalla dottoressa Saks, portato più volte in carcere e in tribunale, otterrà il risultato di far deplorare dal giudice determinati comportamenti dell’autorità sanitaria e di rendere legali alcuni dei farmaci «proibiti». E vivrà anche sette anni in più rispetto alla diagnosi del dottor Sevard.

È evidente che uno spettatore afflitto da pregiudizi di diversa natura non potrà mai ricevere da «Dallas Buyers Club» quel che di buono ha da offrire. Innanzitutto la presenza di personaggi borderline come Rayon oppure l’idea che per aprire una falla nel sistema sanitario americano sia stata necessaria l’opera di un truffatore di poco spessore. Certo, il moralista assoluto potrebbe anche leggere l’Aids di Woodroof come una sorta di punizione divina per le sue colpe e come la conseguente apertura di una strada di redenzione verso una santità molto sopra le righe.

Potremmo obiettare che, a parte l’acquisizione di informazioni su Aids e medicinali che rendono Ron una specie di enciclopedia vivente, dal momento della diagnosi a quello della morte Woodroof non ha cambiato una virgola della propria esistenza: alcool, droga e tabacco in quantità industriali, soltanto qualche frenata nell’attività sessuale. A cambiare, in realtà, è qualcosa dentro di lui che lo porta a considerare il prossimo non soltanto come fonte di guadagno ma anche come entità concreta e bisognosa di aiuto. E bisogna dire che McConaughey è riuscito a farlo capire.
DALLAS BUYERS CLUB (Id.) di Jean-Marc Vallée. Con Matthew McConaughey, Jennifer Garner, Jared Leto, Denis O’Hare, Steve Zahn, Griffin Dunne. USA 2013; Drammatico; Colore

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