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Gli invisibili

Un film che scansa pietismo, sentimentalismo e spettacolo, dandoci un’immagine credibile e lacerante di un mondo che in effetti non conosciamo.

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Gli invisibili

I senzatetto, in America, sono tanti. Quasi un mondo parallelo che solo chi vuole può vedere. Gente senza diritti, costretti continuamente a chiedere a prezzo di una dignità sempre più lontana. Gente che ha perso quasi tutto e talvolta non ricorda più perché. Comunque gente, cioè esseri umani che, anche considerando i casi patologici, dovrebbe aver diritto a una seconda occasione. Un’occasione non necessariamente professionale, ma umana. Oren Moverman, israeliano trapiantato negli Stati Uniti, dedica loro un film, Gli invisibili, che scansa pietismo, sentimentalismo e spettacolo riuscendo a darci un’immagine credibile e lacerante di un mondo che in effetti non conosciamo. E lo fa con la collaborazione dell’attore che non ti aspetti: Richard Gere, lontano da appeal, fascino e moda, capace di mettersi a nudo e di calarsi negli anni che ha e persino in un personaggio che a tutti gli effetti gli è molto lontano con credibilità e coraggio.

George è un senzatetto del quale non conosciamo il passato. Non sappiamo cioè come sia accaduto che la sua condizione sia diventata quella di un emarginato costretto a chiedere un posto per dormire, qualcosa da mangiare, un’attenzione che in pochissimi sono disposti a dargli. E non lo sa neanche lui. George non ammetterà mai di essere un senzatetto. Sa soltanto che è difficile tirare avanti, che la gente che frequenta è cambiata, che per ottenere un certificato di nascita è necessario esibire un documento che non ha, che in certi momenti anche la logorrea di Dixon può essere un rimedio alla solitudine. E sa soprattutto che per lui è indispensabile recuperare il rapporto con la figlia Maggie, abbandonata a dodici anni in casa della nonna. Sa che quella potrebbe essere l’unica ancora di salvezza.

Innanzitutto Gli invisibili si intitola «Time Out of Mind» (che può essere tempo immemorabile, ma anche lo scorrere del tempo senza che la mente lo elabori razionalmente). Oren Moverman ha avuto il coraggio di tentare una full immersion nel mondo dei disperati e così facendo ha adottato un tipo di racconto che non conosce altro che la ripetizione. C’è sempre da chiedere un posto per dormire, qualcosa da mangiare, uno spicciolo ai passanti, un aiuto alle autorità di settore. E le risposte, più o meno, sono sempre le stesse: un letto e un pasto sono disponibili, ma il denaro e i documenti sembrano un obiettivo irrealizzabile. Salvo accorgersi che, se chi dovrebbe facesse, qualcosa si potrebbe ottenere. Per ribadire questa marcia di avvicinamento alla morte, Moverman ha scelto di rinunciare al commento musicale accontentandosi di suoni, rumori e parole che dopo un po’ assumono l’aspetto di una cantilena ossessionante. E ha scelto anche di mantenere il silenzio sui perché. In fondo non importa che cosa abbia condotto George a una condizione miserevole, non più della sua volontà di uscirne. E qui assume un’importanza fondamentale il personaggio della figlia Maggie. A parte il fatto di essere stata abbandonata a dodici anni, niente ci è rivelato della sua caparbia volontà di tenere George a distanza. Eppure sappiamo, e forse lo sa anche lei, che George non ha altro al mondo e che forse merita una mano tesa. Così, quando si presenta a lei con la lettera di richiesta del documento che forse gli permetterà di ottenere un duplicato della tessera di previdenza sociale, dopo l’iniziale rabbia che la porta ad allontanarlo per l’ennesima volta, subentra un sentimento che trasforma due estranei in un padre e una figlia. Ma senza alcun lieto fine, che sarebbe fuori luogo. Semplicemente un’inquadratura in campo lungo di George che se ne va e, qualche attimo dopo, di Maggie che lo segue. Poi una dissolvenza in nero.

Film toccante e molto meditato, Gli invisibili dice qualcosa su un problema che l’opinione pubblica americana tende piuttosto a ignorare. E non si fatica a capire che Richard Gere ne sia orgoglioso. A trentaquattro anni da «American Gigolo» è tornato a puntare il dito contro una società edonista che ama soltanto se stessa.

GLI INVISIBILI (Time Out of Mind) di Oren Moverman. Con Richard Gere, Ben Vereen, Jena Malone, Steve Buscemi, Danielle Brooks. USA 2014; Drammatico; Colore

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