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IO SONO CON TE

Umano, troppo umano il punto di vista di Guido Chiesa nell'affrontare in «Io sono con te», la storia della maternità di Maria di Nazareth e dei primi dodici anni di vita di suo figlio Gesù. Umano al punto di trasformare il miracolo dell'unica creatura umana non sottomessa al vincolo del peccato originale e, se vi par poco, del figlio di Dio fatto uomo, nella teoria di una sorta di rivoluzione sociale legata a un progetto educativo e pedagogico del tutto controcorrente rispetto ai dettami della società dell'epoca.

Parole chiave: cinema (291)
IO SONO CON TE

DI FRANCESCO MININNI

Umano, troppo umano il punto di vista di Guido Chiesa nell'affrontare in «Io sono con te», la storia della maternità di Maria di Nazareth e dei primi dodici anni di vita di suo figlio Gesù. Umano al punto di trasformare il miracolo dell'unica creatura umana non sottomessa al vincolo del peccato originale e, se vi par poco, del figlio di Dio fatto uomo, nella teoria di una sorta di rivoluzione sociale legata a un progetto educativo e pedagogico del tutto controcorrente rispetto ai dettami della società dell'epoca.

Ora, ridurre il ruolo di Maria a quello di una pedagoga ribelle equivale più o meno a ridurre il ruolo di Napoleone a quello di un cognac. Se è vero, infatti, che la fonte primaria di ispirazione di Chiesa è stato il Vangelo di Luca, l'unico che lancia uno sguardo su quei primi anni trascurati dagli altri sinottici, è anche vero che per evitare, come dice il regista, «il solito presepe», sono stati programmaticamente eliminati tutti i possibili riferimenti alla divinità. Non ci sono annunciazione, immacolata concezione, stella cometa. I Re Magi diventano una cricca di ingenui che sottopongono i bambini al gioco della stella e del cerchio per capire quale sia il più precoce e che, in fondo, si stupiscono soltanto del fatto che Gesù continui a camminare in tondo sul bordo del pozzo senza cascarci dentro. Giuseppe, vedovo con figli come negli Apocrifi, è sostanzialmente un debole che accetta con qualche rimostranza le innovazioni volute da Maria ed è continuamente ripreso dal fratello Mardocheo (invenzione di Chiesa) per il mancato rispetto delle leggi dei padri.

Maria, invece, è l'immagine della forza: sempre sorridente, apparentemente piccola e sperduta, in realtà sostenuta da un'energia incrollabile, partorisce da sola e poi cresce suo figlio nell'amore ignorando le leggi ebraiche. Più o meno come la cugina Elisabetta: secondo Chiesa, infatti, né Giovanni Battista né Gesù furono circoncisi per una precisa scelta delle madri (e soprattutto di Maria, che convinse anche la cugina). È proprio questo episodio a darci la chiave di lettura del film. Cominciamo col dire che il Vangelo di Luca dice, a proposito di Giovanni, «Otto giorni dopo vennero per circoncidere il bambino…» e a proposito di Gesù «Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima che fosse concepito nel grembo».

Ricordiamo anche incidentalmente che Pier Paolo Pasolini, che non era certo un baciapile, nell'affrontare «Il Vangelo secondo Matteo» non toccò neanche una virgola del testo. E concludiamo che Guido Chiesa non ha voluto né presepe né autentica spiritualità, ma si è limitato a lanciare un chiaro messaggio politico trasformando Maria in una sorta di pasionaria capace di trasgredire regole ataviche in nome di nient'altro che della propria intima convinzione. Così, per sfuggire alle trappole dell'agiografia, Chiesa è caduto in un qualunquismo religioso che tralascia i riferimenti «verticali» e, forse, scambia Maria di Nazareth per Maria Montessori. Al di là della rappresentazione del patrimonio culturale ebraico come una sorta di barbarie da combattere, che sarebbe già di per sé storicamente discutibile, ne esce un film lineare pervaso di un'ansia sociale e politica che escludono ogni possibile coinvolgimento emozionale. Il tutto raggiunge il culmine nella scena del ritrovamento di Gesù nel tempio quando, pur di evitare lo scambio di battute tra i più chiarificatori dell'autoconsapevolezza del bambino («Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»), Chiesa mostra l'incontro optando per una musica altisonante che copre le parole lasciandoci nel dubbio di cosa mai stia uscendo da quelle labbra che si muovono.

Peccato, perché l'apparato visivo del film è tutt'altro che trascurabile e, soprattutto, appare ispirata la scelta non diremo degli attori, ma dei volti che, come quello di Nadia Khlifi, si dimostrano capaci di parlare da soli. Ma, mai come in questo caso, quel che c'è non deve far perdere di vista quello che manca.

IO SONO CON TE
di Guido Chiesa. Con Nadia Khlifi, Ahmed Afiene, Rabeb Srairi, Mohamed Idoudi, Fabrizio Gifuni, Carlo Cecchi. ITALIA 2010; Drammatico; Colore

IO SONO CON TE
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Centro Anti-Blasfemia 01/12/2010 00:00
IO SONO CON TE

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ITALIA 2010
Titolo originale: Io sono con te
Regia: Guido Chiesa
Sceneggiatura: Guido Chiesa, Nicoletta Micheli, Filippo Kalomenidis
Produzione: Magda Film/Colorado Film/Rai Cinema
Durata: 102'
Interpreti: Nadia Khlifi, Rabeb Srairi, Mustapha Benstiti, Ahmed Hafiene, Carlo Cecchi, Giorgio Colangeli, Fabrizio Gifuni
Genere: DRamma




Nel povero villaggio di Nazareth, duemila anni fa, una giovane donna, Maria, rimasta misteriosamente incinta, cresce il figlio Gesù secondo principi di amore e seguendo la natura, in aperto contrasto con la mentalità maschilista, violenta e legalista della cultura ebraica dell’epoca. Quel bambino diventerà il profeta più rivoluzionario della storia…


Si apprezza la buona fede del regista che circonda la protagonista di amore e devozione ma appare stridente l'approccio antistorico della rappresentazione di una donna un po’ sciamanica che vive il rapporto con Dio in uno spiritualismo naturalistico e personale che nulla ha della dimensione di popolo della religione ebraica.

Al film, di cui non si può non apprezzare l’impeto sincero, non si può fare a meno di imputare un certo difetto di esperienza che finisce per rendere elusivo un oggetto che il regista percepisce così concreto.



Recensione di Laura Cotta Ramosino



Vedendo l’amore e la devozione di cui circonda, anche visivamente, la sua protagonista non si può dubitare della sincera ispirazione e alla buona fede di Guido Chiesa, cineasta e documentarista alle prese con la vicenda di una madre assolutamente speciale, Maria di Nazareth.

Da non credente Chiesa dichiara di accostarsi a questa figura storica con interesse e rispetto, cogliendo la portata straordinaria di una donna in cui per la prima volta una religione, il Cristianesimo, vede il principio della salvezza.

Questo approccio senz’altro positivo non impedisce allo spettatore di rimanere un po’ deluso di fronte ad una pellicola che, se pure offre momenti e intuizioni suggestivi, manca però del senso del sacro che ci aspetteremmo da un film dedicato a questo tema ed esaurisce l’eccezionalità dell’uomo (prima ancora che del Figlio di Dio) Gesù nelle pur straordinarie doti educative della sua genitrice.

Maria sembra, infatti, una sorta di pedagogista montessoriana ante litteram che, fidando sul suo legame con la natura, che osserva spesso e con attenzione, si mette di traverso alla cultura ebraica del tempo, maschilista, legalista e violenta.
Significativa, anche perché in aperta contraddizione con il dettato evangelico cui invece Chiesa dice di essersi sostanzialmente attenuto, è la strenua opposizione alla circoncisione (anche il parto nella grotta di Betlemme è il risultato di un piano di Maria per sottrarsi al controllo di famiglia e società nei primi giorni di vita del bambino), vista come atto di violenza primario sul bambino, destinato a segnarlo per sempre.

Salvando Gesù da questa esperienza traumatica e lasciandolo libero di dispiegare la sua natura (che non sembra tuttavia avere nulla di particolarmente divino, come riconoscono anche i magi, qui sorta di sapienti poco pratici alla ricerca di un Messia attraverso test da psicologia contemporanea), Maria pone le basi (e anche qualcosa di più) dell’uomo che sarà.

Se è apprezzabile la valorizzazione nella storia della salvezza della libertà “creativa” di Maria, capace di superare il legalismo fatto di mille divieti della religione ebraica dell’epoca in nome dell’amore per l’altro, sembra strano che in un contesto che pure si vuole storicamente ricostruito, sia assente la sottolineatura dell’attesa messianica che illuminava anche l’altrimenti sterile formalismo di un certo ebraismo e che era nel cuore di ogni donna ebrea in attesa di un figlio.

È questa un’assenza, ci perdoni il pur informato regista, molto poco storicamente attendibile, ma assai significativa in una prospettiva in cui Gesù è necessario al massimo come diffusore maschile, al di fuori dello spazio familiare, di una sapienza totalmente femminile e un po’ sciamanica che vive il rapporto con Dio in uno spiritualismo naturalistico e personale che nulla ha della dimensione di popolo della religione ebraica. Ci si dimentica quanto, nel racconto evangelico, la vicenda esistenziale di Maria respiri della cultura e della religiosità di tutto un popolo: basti pensare alle parole del Magnificat e di come riverberino la letteratura salmistica rinnovandola alla luce dell’Avvenimento dell’Annunciazione.

Se davvero tutto l’insegnamento di Gesù si può ricondurre a questi primi attimi, giorni e anni accanto a cotanta madre non si capisce perché poi il Cristo si sia dato la pena di parlare agli uomini dell’amore paterno di Dio né di sacrificarsi sulla croce per la Redenzione dell’umanità.

Difficile arrivarci da qui anche a causa della debolezza della figura di Giuseppe, sempre un po’ passivo e in secondo piano, ora oppresso dai fratelli rigidi padri padroni, ora superato “a sinistra” dalla sua sposa poco più che bambina, mai comunque parte di un processo educativo che di fatto lo esclude.

Quella Maria che “medita nel suo cuore” il miracoloso dispiegarsi della volontà di Dio nel suo ventre prima e nel mondo poi, così come ce la racconta San Luca (l’evangelista storiografo d’ispirazione tucididea, anche qui evocato nel finale, che ebbe proprio nella Madonna la sua prima testimone oculare) si trasforma in un’adolescente sempre sorridente (anche troppo) e testarda, il cui credo di “non violenza” ha qualcosa di davvero troppo moderno e riduttivo rispetto alla figura dei vangeli e della tradizione cristiana.

E umano “troppo umano” appare questo Gesù bambino e ragazzino (non è un caso che dopo il salto temporale la macchina da presa vaghi tra i volti di bambini che tutti potrebbero essere il futuro Messia), capace di accostarsi ad un indemoniato respinto dalla società e di contestare in chiesa il rabbino e pronto a restare sconvolto dal sangue dei sacrifici del Tempio

Solamente un po’ ridicoli invece i Magi, nella versione di Chiesa un gruppo di sapenti orientali alla corte di Erode a fare esperimenti di intelligenza a metà tra il test psicologico e le prove di riconoscimento del Dalai Lama nei dintorni di Nazareth.

La loro discussione (in un greco antico che suona un po’ surreale) è l’ennesima didascalica articolazione della tesi suggestiva quanto poco ragionevole (nel senso di inadeguata a cogliere tutti i fattori in gioco) del film di Chiesa, di cui non si può non apprezzare l’impeto sincero e il rispetto per il proprio oggetto, ma a cui non si può fare a meno di imputare per lo meno un certo difetto di esperienza che finisce per rendere elusivo un oggetto che lui pure percepisce così concreto.


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