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Il 2017 al cinema: i salvati per voi

In epoca più distruttiva che costruttiva ci pare che salvare qualcosa non solo sia più importante di buttare tutto a mare, ma che sia anche un indizio di speranza. Ecco cosa salveremmo della stagione cinematografica appena conclusa.

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Essendo ormai tanti anni che ci dedichiamo a questa operazione di salvataggio (che in realtà non salva niente materialmente, ma si limita a indicare una traccia estetica, tematica e tecnica sul valore dei film) ci sembra il momento di chiarire le finalità. Molto semplicemente, in epoca più distruttiva che costruttiva, ci pare che salvare qualcosa non solo sia più importante di buttare tutto a mare, ma che sia anche un indizio di speranza.

Ci sono artisti, artigiani, lavoratori, creativi e anche semplici assemblatori che meritano incoraggiamento e riconoscimento per ciò che fanno e che, talvolta a dispetto della convenienza, continuano a fare. Magari non li conosciamo, non li conosceremo mai, né loro sapranno mai chi siamo. Ma ci sembra doveroso indicarli come interpreti di un’idea di cinema che ci sembra giusta. Uno di questi è Gianni Amelio (lui lo conosciamo), che con La tenerezza ha messo in campo la volontà di rialzarsi nel marasma delle cadute.

Peter Brosens e Jessica Woodworth, nel finto documentario Un re allo sbando,  hanno trovato l’andamento giusto, il giusto umorismo, la giusta malinconia e tutto quello che fa respirare aria pura dopo tante intossicazioni da blockbuster.

Stéphane Brizé ha avuto il coraggio, affrontando Guy de Maupassant in Una vita, di girare un film in 4/3, di evitare ogni accomodamento spettacolare e di andare alle radici del rigore estetico e tematico rendendo giustizia alla pagina scritta.

Andrea De Sica, pronipote d’arte, ha diretto un horror apparente, I figli della notte, che invece è una vicenda fortemente simbolica sulle nuove generazioni e su cosa dobbiamo aspettarci dalla futura leadership mondiale.

Leonardo Di Costanzo, che aveva incantato con L’intervallo, conferma tutte le proprie qualità con L’intrusa, un film durissimo sui pregiudizi, sull’accoglienza, sulla convivenza e su quanto possa essere difficile vivere veramente tranquilli e in pace col mondo.

Ziad Doueiri, iraniana, ha toccato un tema scottante ne L’insulto: il rapporto tra libanesi e palestinesi, con un passato troppo pesante per poterlo alleggerire a quattr’occhi o nell’aula di un tribunale.

Kristina Grozeva e Petar Valchanov, già segnalatisi con The Lesson, raccontano il rapporto tra potere e gente comune in Glory - Non c’è tempo per gli onesti senza fare sconti a nessuno.

Paolo Genovese, proseguendo nel tentativo di liberarsi dalla più facile commedia, in The Place organizza un racconto simbolico che ha come protagonista imprevedibile l’umana coscienza.

John Lee Hancock non ha mai realizzato capolavori: ma The Founder fa capire molte cose sulle leggi di mercato, l’onestà e su chi se ne frega di qualunque etica.

Jan Hrebejk, in The Teacher, racconta un paradosso che è realtà nei paesi dell’Est: ruoli istituzionali, potere e sudditanza.

Pablo Larrain, senza uscire dalle stanze del potere, costruisce in Jackie un bel ritratto di una donna che visse il tetto del mondo come una favola. Grande Natalie Portman.

Christopher Nolan, in Dunkirk, rievoca la sconfitta britannica che Churchill seppe trasformare in vittoria dello spirito nazionale e lo fa con una tecnica davvero strepitosa.

Rievocando la vita e l’opera del Cardinal Carlo Maria Martini, Ermanno Olmi in Vedete, sono uno di voi, ci racconta tante cose che stiamo perdendo.

Martin Scorsese, dopo trent’anni di duro lavoro, dà alla luce Silence e compone un potente affresco sulla fede, su fedi diverse, sulle umane debolezze e sulla necessità di guardarsi dentro per recuperare il rapporto con Dio.

Ultraottantenni, Paolo e Vittorio Taviani affrontano Beppe Fenoglio in Una questione privata e danno ancora lezioni di stile con una lucidità tematica impressionante.

Denis Villeneuve, in Arrival, riesce ad andare oltre la fantascienza e ci parla di comunicazione, di scelte di vita e dell’importanza di riconoscere i doni.

Andrey Zvyagintsev, infine, ci inchioda al gelo della natura e dei sentimenti in Loveless. Ricordando Tarkovskij e Sokurov, mette in campo tanta tecnica ma non abbastanza poesia per sconfiggere il silenzio dei cuori.

Salvati. Avanti il prossimo.

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