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Il grande Gatsby

Nel 1925, quando Francis Scott Fitzgerald pubblicò «Il grande Gatsby», parlava di attualità e aveva modo di far confluire nei suoi scritti le due grandi linee di pensiero che lo contraddistinguevano: un disperato idealismo e un fiero moralismo.

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La locandina del film

Ciò lo portava a scegliere due punti di vista: il proprio, che vedeva in Gatsby un soggetto da stigmatizzare per i troppi lati oscuri che caratterizzavano la sua ascesa al successo, e quello di Nick Carraway, il narratore, la cui sconfinata ammirazione per il fascinoso faccendiere lo portava comunque ad aggiungere «The Great» prima del cognome sulla prima pagina delle sue memorie. Quindi, da una parte si continuava a parlare di sogno americano e dall’altra se ne prendevano le distanze accendendo le luci su un mondo luccicante ma illusorio. Il romanzo vive di questa magnifica contraddizione. Il film che Baz Luhrmann ne ha tratto preferisce, secondo lo stile del regista, magnificare gli aspetti spettacolari, romantici, melodrammatici, in un certo senso mitici, lasciando le contraddizioni in secondo piano. Ecco perché ci sono molti fuochi artificiali e pochi approfondimenti psicologici. Se questo tipo di rappresentazione va bene, anzi benissimo, per «Moulin Rouge», non si può dire che renda un buon servizio alle riflessioni di Fitzgerald. Trasformando Jay Gatsby e il suo castello in una sorta di replica (esteriore) di Charles Foster Kane e della sua Xanadu, Luhrmann ha preferito l’exploitation alla raffinatezza dei mezzitoni. Tra l’altro, se tutto questo trova terreno fertilissimo nella prima parte, divisa tra feste sfavillanti e corteggiamenti romantici, non va affatto d’accordo con la seconda, dove il sogno dovrebbe lasciare spazio alla realtà.

La storia di Jay Gatsby, misterioso e sfuggente abitante di West Egg a Long Island, è narrata dal suo vicino di casa, confidente e amico Nick Carraway, incidentalmente (ma non troppo) cugino di Daisy, che Gatsby ha sempre amata e che continua a desiderare nonostante la presenza di un marito, Tom Buchanan. A Gatsby non basta incontrarla, amarla e ricoprire il ruolo di amante clandestino. Lui vorrebbe tutto per sé. E alla fine non avrà niente, a parte una pallottola che forse neanche meritava. Il grande Gatsby, così, finirà nell’album dei ricordi.

Quarto film a raccontare la storia di Jay Gatsby, questo di Luhrmann vale quanto valgono i 105 milioni di dollari spesi per realizzarlo. Il che vuol dire ambienti di lusso, colori abbaglianti, una colonna sonora curatissima da George Gershwin a Beyoncé, una macchina da presa pronta a tutto, un montaggio vertiginoso e le emozioni al punto giusto. Quindi, tecnicamente, «Il grande Gatsby» potrebbe anche essere un film eccezionale. I milioni di dollari, però, non sono in grado di catturare l’interiorità dei personaggi, che restano abbastanza freddi e distanti quasi soccombendo a tanta magnificenza di rappresentazione. Luhrmann si è insomma concentrato molto più sul contenitore che non sul contenuto, ottenendo un film bello da vedere ma molto in difficoltà nel trasmettere qualcosa di diverso dall’apparenza. In questi casi a togliere le castagne dal fuoco potrebbero pensare attori ispirati.

Anche qui, però, «Il grande Gatsby» ha qualche problema. Tobey Maguire presta la propria dubbia espressività a Nick Carraway e Carey Mulligan la propria modesta personalità a Daisy. Soltanto Leonardo DiCaprio, che conserva una certa difficoltà ad esprimere credibili scatti d’ira, potrebbe essere un Gatsby all’altezza, soprattutto perché Luhrmann preferisce mantenere il personaggio nei confini di un mito che va a nozze con il fascino dell’attore. Tirate le somme, pensiamo che «Il grande Gatsby» sarà ricordato più come kolossal sui ruggenti anni Venti che come amara riflessione sul sogno americano e sulle problematiche di un duro risveglio. Molto Luhrmann, poco Fitzgerald.
IL GRANDE GATSBY (The Great Gatsby) di Baz Luhrmann. Con Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan, Tobey Maguire, Joel Edgerton, Isla Fisher, Elizabeth Debicki.

Il grande Gatsby
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