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In grazia di Dio

I destini di Edoardo Winspeare continuano ad essere intimamente legati alla terra salentina, nella quale vive e che ama. Una terra nella quale è possibile raccontare storie locali («Sangue vivo»), ma anche storie di più largo raggio («Il miracolo»).

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E soprattutto una terra vitale nella quale non è obbligatorio attingere alla fonte del luogo comune: «In grazia di Dio», che parte dal dato attualissimo della crisi economica per puntare poi verso più profonde tematiche umane, avrebbe potuto essere un film di genere con buoni, cattivi, debiti, strozzini, malavita e tragedia incombente. In effetti, poco dopo il primo dipanarsi della narrazione, si insinua nello spettatore la convinzione di assistere a una storia che, in un modo o nell’altro, finirà male. Salvo poi, accompagnati da un autore che ha comunque la grande capacità di mettere in campo personaggi veri e sentimenti autentici, ricredersi e attendere con pazienza lo sviluppo degli eventi e la reale destinazione del racconto.

Una cosa è certa: lo stile di Winspeare prevede ritmi lenti, un’accurata alternanza di persone e luoghi, un progressivo stringersi dell’obiettivo intorno al nucleo autentico del racconto, un’attenzione a elementi psicologici e antropologici che rende evidente come un film del genere non potesse che essere girato in quei luoghi e con quelle facce. In più, bisogna tener conto del fatto che la protagonista Celeste Casciaro, donna salentina, è anche moglie del regista e che la sua scelta a tutto può far pensare fuorché alla comodità di trovarsi un’attrice in casa. Insomma, «In grazia di Dio» non contiene cose inutili, non adotta soluzioni di comodo e non gioca all’attualità nella prospettiva di soluzioni spettacolari. L’impegno che Winspeare ha messo nella scrittura e nella composizione del film è lo stesso che è richiesto allo spettatore che si accinga a vederlo.

Adele e Vito, sorella e fratello, gestiscono un’azienda familiare di fasonisti (confezionatori di abiti per le aziende del Nord). Ma la crisi economica e la concorrenza spietata dei lavoratori cinesi li costringono a chiudere. Vito parte per la Svizzera, mentre Adele resta al paese (tra Giuliano e Capo di Leuca) scegliendo di vendere la casa e di trasferirsi in una colonica sul mare dove, con la madre Salvatrice, la sorella Maria Concetta e la figlia Ina, tornerà a coltivare la terra, a esercitare la pratica del baratto e a tutto quello che le permetterà di rimanere saldamente ancorata alle proprie radici. E le quattro donne, i cui rapporti sono tutt’altro che lineari, finiranno per ritrovarsi unite nella battaglia per la vita.

Questa a grandi linee quella che potremmo definire la storia del film. Una storia vera e propria, in realtà, non c’è. Ci sono persone che devono ritrovare se stesse, che lottano per affermare il proprio essere, che rifiutano di lasciarsi travolgere dagli eventi e, soprattutto, che pian piano riescono addirittura a cambiare limando quegli angoli vivi che potrebbero impedire la comunicazione.

Winspeare tiene deliberatamente a distanza l’elemento maschile, il che può sembrare insolito in una terra nella quale dovrebbe essere preponderante. Ha capito, invece, che proprio da quell’elemento potrebbero sorgere i problemi maggiori, in quanto l’uomo, più della donna, è legato ad abitudini e certezze che gli rendono enormemente difficile anche soltanto l’idea di un cambiamento. La donna, invece, pur essendo tutt’altro che perfetta o esente da difetti, è più disposta al rischio e quindi a cambiamenti anche radicali. Non è un caso se il ricongiungimento finale delle quattro donne (una delle quali incinta) può anche evocare con altre finalità e modalità di racconto la conclusione di «Speriamo che sia femmina».

Quanto al titolo, si noterà come tutto il film sia attraversato da nomi (Crocifisso, Salvatrice) e iconografie (croci, corone del rosario) che rimandano direttamente a una religione, meglio a una religiosità popolare, che è parte integrante del tessuto culturale del Salento.

Forse Winspeare non chiama direttamente in causa la fede, ma il ritorno alla terra affonda le proprie radici nella Bibbia. Quindi è qualcosa con cui potersi intimamente (non esteriormente) confrontare.
IN GRAZIA DI DIO di Edoardo Winspeare. Con Celeste Casciaro, Laura Licchetta, Gustavo Caputo, Anna Boccadamo, Barbara De Matteis. ITALIA 2013; Drammatico; Colore

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