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Jersey boys

C'è da chiedersi cosa possa aver convinto Clint Eastwood a occuparsi personalmente della riduzione cinematografica di «Jersey Boys», grande successo di Broadway sulla carriera del cantante Frankie Valli (all’anagrafe Castelluccio) e dei Four Seasons in un periodo che copre quarant’anni dai primi anni Cinquanta alla consacrazione nella Rock’n Roll Hall of Fame del 1999.

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Non quella musica, tra il rock e il pop, molto melodica e quasi confidenziale: il gradimento di Eastwood per la musica si concentra sul jazz degli anni Quaranta. Non il genere biografico musicale con la partecipazione come produttori esecutivi di due dei boys, Frankie Valli e Bob Gaudio, che avrebbero potuto spingere verso l’agiografia. Non i lustrini e le paillettes che, c’è da scommetterci, equivalgono per l’autore a roba da signorine. E allora ci si dovrebbe prendere il disturbo di vedere il film per scoprirlo perfettamente in linea con l’Eastwood-pensiero a proposito della musica (come concetto generale e universale), del passato, del successo e soprattutto della ferma volontà di non andare a fondo aggrappandosi a qualcosa (la musica appunto) che, a quanto pare più dei valori tradizionali e quindi della famiglia, sia in grado di rappresentare una ragione di vita.

E poi c’è il modo di affrontare la vicenda di Valli, DeVito, Massi e Gaudio: nessuna edulcorazione, gli errori di percorso anche gravi mostrati come tali fino al ricongiungimento (da bravi abitanti del Jersey) nel segno della musica. Quindi, in sostanza, Eastwood compone una lode del passato senza sfiorare né l’elegia né la nostalgia tout court: il suo passato è una radice, qualcosa da cui è cominciato tutto, su cui fare affidamento e sempre in grado di suscitare le emozioni giuste.

Nati negli anni Cinquanta come The Four Lovers, i quattro ragazzi del Jersey divennero i Four Seasons nel 1960 e, grazie a canzoni di sicura presa popolare come «Rag Doll», «Walk Like a Man», «Sherry» e «Big Girls Don’t Cry», incontrarono il favore del grande pubblico americano. Ma la loro parabola ebbe un punto d’arresto quando le occulte manovre economiche di DeVito, indebitatosi con la mafia per oltre 150.000 dollari, vennero alla luce e costrinsero Valli ad assumersi l’onere del debito e Massi a lasciare il gruppo per dedicarsi alla famiglia. Frankie Valli, naturalmente, nonostante penose vicissitudini private come il divorzio dalla moglie Mary Delgado e la morte per overdose della figlia Francine, continuò a cantare da solista avendo sempre Gaudio come compositore e tirando fuori dal cilindro un successo mondiale come «Can’t Take My Eyes Off You». Poi, nel 1999, i Four Seasons si riunirono pubblicamente dopo trent’anni di separazione: ma fu soltanto per una sera.

C’è un’altra cosa da chiedersi: perché un film solido, spettacolare, abbastanza coinvolgente, privo dei difetti che abitualmente affliggono i biopic, carente soltanto nella frettolosa liquidazione del matrimonio di Valli (e persino della morte di Francine) come episodi collaterali da dire senza mostrare per non togliere spazio al percorso artistico e musicale, sia stato penalizzato da un’uscita estiva che è in partenza sinonimo di insuccesso. È probabile che i distributori abbiano pensato che un Eastwood musicale non avrebbe potuto comunque richiamare il grande pubblico. Il che ci fa tornare al suggerimento iniziale: basterebbe prendersi il disturbo di vedere il film, se non altro per scoprire tre attori di Broadway, John Lloyd Young, Erich Bergen e Michael Lomenda, praticamente debuttanti al cinema con esiti ottimi, e per ritrovare un superbo Christopher Walken nel ruolo del boss del Jersey, Gyp De Carlo. E per avere conferma del fatto che Clint Eastwood, all’età di 84 anni, è ancora capace di effettuare qualche imprevedibile cambio di passo. Forse anche di pelle.
JERSEY BOYS (Id.) di Clint Eastwood. Con John Lloyd Young, Vincent Piazza, Erich Bergen, Michael Lomenda, Mike Doyle, Christopher Walken. USA 2014; Biografico; Colore

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