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Land of mine

«Land of Mine» non parla di eventi di guerra che portano molti a morire e qualcuno a sopravvivere, ma di sguardi, nei quali passano tutte le sensazioni possibili per un ragazzo sottoposto a quel tipo di pressione.

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Sono ragazzi. Nonostante l’uniforme è difficile considerarli soldati. E poco importa che siano tedeschi, gli ultimi arruolati dell’esercito di Hitler in rotta. Sono ragazzi. E tocca a loro, come la storia insegna, bonificare le coste della Danimarca dalle mine deposte in previsione di uno sbarco alleato in quei luoghi (che, come ben sappiamo, avvenne invece da un’altra parte).

La Danimarca, finalmente liberata dall’invasione nazista, ritiene giusto che gli stessi che le hanno collocate (anche se ovviamente sono altre persone) siano quelli che le toglieranno, disinnescandole a una profondità di trenta o quaranta centimetri sotto la sabbia. In alcuni casi esistono le mappe con l’indicazione abbastanza precisa della presenza delle mine. In altri, invece, non esiste alcuna mappa e bisogna andare per tentativi. E, appunto, i soldati costretti all’operazione sono ragazzi tedeschi di tredici o quattordici anni, che non sanno niente della guerra e pagano il prezzo individuale di una follia collettiva. Di quattordici ne resteranno quattro che, secondo le gerarchie danesi e diversamente da quanto inizialmente garantito, non torneranno a casa ma saranno subito destinati a un’altra zona per ricominciare con altre mine. Ma il sergente danese Carl Rasmussen non la pensa allo stesso modo dei superiori e, mettendo a rischio la propria posizione, prenderà una decisione diversa. Martin Zandvliet, regista danese autodidatta già autore di un altro film, ha deciso di affrontare un argomento molto scomodo. Da una parte l’eco di capolavori come «All’Ovest niente di nuovo» e «Orizzonti di gloria», dall’altra il rischio continuo della retorica e della narrazione emozionale rappresentavano ostacoli non indifferenti che probabilmente sarebbero risultati insormontabili se il film, «Land of Mine» (in originale «Sotto la sabbia»), fosse stato costruito e girato in forma tradizionale. Zandvliet, invece, ha capito il rischio e, disinteressandosi di una sceneggiatura intesa come successione di dialoghi ed eventi, ha puntato tutto su un approccio diretto ai personaggi dei giovani tedeschi. E, più ancora che ai personaggi anche se brevemente definiti, si è interessato ai loro volti.

«Land of Mine» non parla di eventi di guerra che portano molti a morire e qualcuno a sopravvivere, ma di occhi, cioè di sguardi, nei quali passano tutte le sensazioni possibili per un ragazzo sottoposto a quel tipo di pressione. Così vediamo rabbia, speranza, disillusione, paura, angoscia, diverse forme di silenzio, aspettative, sollievo e morte. Vediamo tutto in quegli occhi, perché nel film non ci sono altri protagonisti. Certo, il sergente Carl Rasmussen (interpretato da Roland Møller), che in fin dei conti è l’unico a parlare, rappresenta con una certa misura tutto quel che il film sarebbe stato se affrontato diversamente: prima sergente mastino, apparentemente refrattario a qualunque forma di cameratismo e socializzazione; poi, lentamente, partecipe del dramma dei ragazzi a lui affidati e infine capace di un gesto di solidarietà estrema che prevede l’accompagnamento dei quattro superstiti a poche centinaia di metri dal confine tedesco e la loro liberazione in contrasto con gli ordini superiori. Duole dirlo, ma «Land of Mine» non avrebbe dovuto optare per un’apertura finale del genere, non foss’altro perché la sua qualità migliore è quella di affrontare un episodio del passato rendendolo universale, valido in ogni epoca. L’opzione della fuga, invece, lo riporta proprio in quell’anno, in quel luogo, e ne limita la portata simbolica. A meno che, proprio come la canzone cantata dalla ragazza alle truppe alla fine di «Orizzonti di gloria», non la si voglia considerare una serenità illusoria e molto transitoria presaga di ulteriori tristezze. L’inciampo, a ben vedere, è minimo. Zandvliet è riuscito fino a quel punto a coinvolgerci, rattristarci, farci riflettere senza la minima intenzione manipolatoria. E anche a farci smettere di pensare che l’unico nazista buono sia quello morto.

LAND OF MINE / SOTTO LA SABBIA (Under Sandet) di Martin Zandvliet. Con Roland Møller, Mikkel Boe Følsgaard, Louis Hofmann, Laura Bro, Oskar Bökelmann. DK/D 2015; Drammatico;  Colore

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