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Le week-end

C'è un piccolo ostacolo iniziale da superare per lo spettatore che, invogliato dal trailer, si accinga a vedere «Le week-end» di Roger Michell. Sarebbe opportuno, infatti, che si sgombrasse subito il campo dall’idea di una commedia romantica su una coppia di sessantenni di Birmingham che, in occasione del trentesimo anniversario di matrimonio, tornano a Parigi, città che fu meta della loro luna di miele.

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La locandina del film

Il trailer, infatti, può dare l’impressione di una commedia giocosa nella quale i coniugi sorridono e scherzano e, naturalmente, ravvivano la passione un po’ sopita. Il film, invece, è tutt’altro. Se non la firma del sudafricano Roger Michell, che ha pur diretto operine commerciali come «Notting Hill» e «Il buongiorno del mattino» a fianco di film più impegnati come «Persuasione» e «A Royal Weekend», dovrebbe incuriosire quella dello sceneggiatore Hanif Kureishi, le cui sceneggiature per Stephen Frears («My Beautiful Laundrette» e «Sammy e Rosie vanno a letto») erano tutt’altro che conformiste o convenzionali.

E infatti «Le week-end» ha forse come destinazione il fatto che Nick e Meg ritrovino qualche ragione per andare avanti insieme, ma il percorso è tutto fuorché ilare e giocoso. Anzi, la loro storia dà modo a sceneggiatore e regista di allestire una vera e propria destrutturazione del rapporto di coppia, anche di quello apparentemente più stabile e consolidato, di modo che il loro soggiorno parigino servirà non tanto a riattizzare il fuoco, quanto a rendersi conto che tempo, abitudine e tranquillità hanno lavorato ai fianchi la loro vita in modo da costringerli a prenderne atto e a sforzarsi (veramente) di trovare una via comune che allontani lo spettro della separazione.

Trent’anni di matrimonio, due figli, qualche interesse comune dovrebbero bastare per continuare ad oltranza. E invece, come dice Meg, «cosa resta di noi quando i figli se ne vanno?». Così, mentre Nick gioca a fare il bambinone e Meg si dimostra più quadrata ma anche molto più fredda, le attrattive di Parigi diventano un di più che, invece di unire, non fa altro che accentuare la loro distanza. Non è un caso, ad esempio, se eventuali tentativi di approccio amoroso vengono sempre da Nick e trovano in Meg una barriera di disinteresse. Ci vorranno l’incontro con Tom, uno yankee vecchio compagno di studi di Nick, e l’invito a una festicciola che sarà l’occasione per riportare a galla vecchi interessi comuni (più politici che sentimentali) per far capire ai due che la storia di coppia non è ancora finita.

Bisogna dire che «Le week-end» sottende un approccio più intellettuale che globale. La sceneggiatura di Kureishi, infatti, sembra dare per scontato che qualunque passione e qualunque sentimento non possano reggere all’urto del tempo se non sorretti da qualche movente ideologico, politico o più genericamente culturale. A noi pare evidente che trasformare il tutto in una questione politica sembra piuttosto riduttivo rispetto a quanto ci è stato insegnato da secoli di storia e di esperienze di coppia e che, con tutta probabilità, Nick e Meg impegnandosi un po’ avrebbero potuto trovare qualche altra strada per ricongiungersi.

D’altronde «Le week-end» si pone quasi da subito come un’operazione più cerebrale che sentimentale: ne danno testimonianza le immagini in bianco e nero di «Bande à part», film del 1965 di Jean-Luc Godard, che i due protagonisti vedono in televisione. Specificamente si tratta della scena in cui Odile (Anna Karina), Arthur (Claude Brasseur) e Franz (Sami Frey) eseguono dei passi di danza in un bar al suono di un juke-box. Gli stessi passi di danza saranno eseguiti da Nick (Jim Broadbent), Meg (Lindsay Duncan) e Tom (Jeff Goldblum) alla fine del film, a significare che amore, dissapori, passione, distanza e riavvicinamento non sono esattamente realtà: è cinema. Di certo i due protagonisti si calano nei rispettivi personaggi con una naturalezza che, da sola, potrebbe giustificare l’esistenza del film.
LE WEEK-END (Id.) di Roger Michell. Con Jim Broadbent, Lindsay Duncan, Jeff Goldblum, Olly Alexander, Judith Davis. GB 2013; Commedia; Colore

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