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Lei

La vicenda di Theodore Twombly, raccontata da Spike Jonze in «Lei», non ha una precisa collocazione temporale. Per evitare possibili indizi che la definissero, Jonze ha persino evitato di far vedere mezzi di trasporto per le strade nelle scene in esterno.

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Locandina del film

Eppure si fatica a definire «Lei» un film di fantascienza: riesce più facile immaginare un oggi appena più evoluto nella tecnologia per avere un’immagine credibile e abbastanza allucinante di una certa deriva dell’esistenza umana, nella quale i rapporti diretti esistono ancora, ma in un certo senso sono stati superati dall’ingresso massiccio di soggetti virtuali che, apparentemente privi dei difetti dell’essere umano, dovrebbero rappresentare l’alternativa tecnologica all’imperfezione che ci accompagna dalla nascita dell’uomo. In realtà la soluzione è tutt’altro che risolutiva, non foss’altro perché gli OS (Sistemi Operativi) sono pur sempre elaborazioni umane e quindi portano con sé i difetti di chi li ha elaborati e, in seconda battuta, come insegna la buona fantascienza da HAL 9000 in poi, una certa tendenza ad acquisire una sorta di autocoscienza che è il primo passo verso l’indipendenza. Come Theodore scoprirà, l’amatissima Samantha (una voce senza corpo) non appartiene solo a lui, può dialogare contemporaneamente con oltre 1800 persone e persino amarne 641. Forse è il caso di riprendere in considerazione il buon vecchio rapporto umano che non è sparito: attende paziente.
«Lei» ha vinto il premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale e, come tutti i film di Jonze («Il ladro di orchidee», «Essere John Malkovich»), si colloca in una dimensione non esattamente reale ma che della realtà dovrebbe essere una distorsione grottesca per accentuarne problematiche e assurdità. A noi sembra che questo procedimento conduca spesso Jonze a una sorta di maniera surreale che, tra l’altro, serve anche a gettare un po’ di fumo negli occhi per far pensare che sia lui il primo a esplorare quel terreno, mentre in realtà è stato già frequentato da molti. Nel caso specifico, a parte problemi di ritmo che rendono il film non facilissimo da seguire con la necessaria attenzione, bisogna dire che la deriva virtuale ipotizzata da Jonze era stata ampiamente anticipata, sia pur con modalità differenti e senza lo strapotere della tecnologia, da un piccolo film canadese di Hal Salwen, «Hello Denise», nel quale i rapporti tra i personaggi erano esclusivamente telefonici e non comprendevano la possibilità di incontri a quattro o più occhi. Salvo sfociare in un finale nel quale qualcuno avvertiva la necessità di fare una scelta di vita. Che è più o meno quel che accade a Theodore Twombly, impiegato in un’azienda che si occupa di scrivere lettere per persone con difficoltà di comunicazione (www.belleletterescritteamano.com), scottato da un matrimonio fallito e improvvisamente stregato dal suo OS Samantha. È evidente che il film ipotizza un’estremizzazione surreale basandosi su una realtà di fatto: la radicale diminuzione di comunicazione tra esseri umani, alla ricerca di alternative che in realtà sono l’anticamera dell’alienazione e della solitudine. Non privo di un certo fascino e di momenti di autentica angoscia esistenziale, «Lei» soffre però di ripetitività e, a un certo punto, di un andamento non proprio imprevedibile. Come se, estromesso l’elemento surreale, all’autore non restasse che ripiegare su un moralismo che proprio non gli si confà. Note positive dagli interpreti: Joaquin Phoenix è un Theodore smarrito che potrebbe essere molti di noi, ammaliato dalla voce seducente di Scarlett Johansson (nella versione italiana doppiata da Micaela Ramazzotti) e circondato da donne del passato (Rooney Mara, l’ex-moglie), del presente (Olivia Wilde e Portia Doubleday) e del futuro (Amy Adams, la vicina e amica con problemi simili ai suoi). Ma «Lei» poteva dare di più.
LEI (Her) di Spike Jonze. Con Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Portia Doubleday, Scarlett Johansson. USA 2013; Drammatico; Colore

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